Cardiologia (storia breve di otto giorni speciali)

di Emilio Targia |

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare. Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare  (Francesco De Gregori, “Cardiologia”, 2006 )

 

Respiriamo, e ci sembra normale, fin quando poi non ci manca il fiato, per qualche circostanza eccezionale. E ce lo dimentichiamo, quel muscolo che è la nostra benzina primaria, il nostro cuore, fin quando poi non comincia a battere forte, in qualche momento speciale. E’ allora che lo “senti”, lo avverti, in tutta la sua energia vitale.

Ecco. Quello che è successo dalla partita di Madrid fino al fischio finale di Fiorentina-Napoli appartiene anche al campo della cardiologia. Quella sportiva, certo. Un luna park di emozioni. Ma pur sempre di battiti accelerati trattasi, con gli occhi fissi su un pallone che rotola. Di accelerazioni, di “discese ardite e di risalite” per dirla con Battisti. A Madrid l’altalena di emozioni era stata devastante. Roba per cuori forti. Scritta da sceneggiatori perversi. A parte gli straordinari ragazzi che avevano seguito la squadra fino in Spagna, animati da una fede incrollabile, chi era rimasto in Italia aveva cominciato a guardare quel match con leggerezza, con un senso di rassegnazione più forte di ogni moto di speranza. Poi però quel primo gol aveva spazzato via tutto. Ora crederci diventava inevitabile, doveroso, bellissimo. E dopo il secondo era arrivato un urlo. E il cuore, accidenti, tum-tum. E la paura di trovarsi di fronte ad una emozione più grande di noi. Tanto che molti erano rimasti calmi, “rassicurando” se stessi: sì, la vinciamo, usciamo a testa alta, ma non passiamo, sarebbe troppo. Invece il terzo gol aveva spalancato scenari di luce abbagliante.  A quel punto ci eravamo infilati tutti la maglia ed eravamo entrati in campo anche noi, col cuore che –eccolo di nuovo- aveva accelerato. Per poi quasi fermarsi, in un istante di assoluto smarrimento, quando Oliver aveva fischiato quel rigore assai dubbio. Per poi riaccelerare di nuovo, dentro una rabbia totale, che stringeva anche i muscoli, quando lo stesso aveva sventolato senza tentennamenti il rosso in faccia a capitan Buffon che chiedeva spiegazioni. Alcuni quel rigore non lo hanno nemmeno voluto vedere. Poi il cuore aveva recuperato se stesso, e il suo ritmo abituale, dopo quelle montagne russe, tra una gigantesca gioia e una delusione densa e velenosa .

Qualcuno si è sfogato piangendo, mentre i battiti si riposizionavano. Ma che serata folle, accidenti.

Il 22 aprile allo Stadium 43.000 mani appoggiate sul cuore, mentre partiva l’inno che precedeva Juve-Napoli. Un segnale di appartenenza. Un simbolo di ripartenza. Ma l’elettrocardiogramma della serata regalava pochi sussulti, e un finale amarissimo. Battiti davvero rallentati stavolta, dentro alla delusione per un campionato combattutissimo che sembrava ora scivolare via beffardo.

Adesso incombeva Inter-Juve, a San Siro. Più di una partita. Molto di più. Decisiva per noi, determinante per loro. Come una finale.

Sui social per tutta la settimana era girata un’immagine che sembrava il simbolo del nostro momento: la mano sul cuore di un giocatore bianconero. Non importa di chi fosse, quella mano poggiata con grazia e determinazione sulla maglia. Come a dire adesso si riparte da qui, dal battito del nostro essere juventini, dalla nostra storia, dal nostro carattere. Si riparte dal cuore, e si arriva #finoallafine. Giocatori, tifosi, tutti dentro la stessa alchimia.

Inter-Juventus. Mille significati. Vincere a tutti i costi. 80.000 sugli spalti. Tantissimi bianconeri. Un’emozione che avvolge. Juve subito lucida, dinamica, e il cuore che già sa che sarà una serata di intenso lavoro. Il primo sussulto cardiaco arriva mentre Douglas Costa trafigge senza tentennamenti Handanovic. Poi dopo l’orribile entrata di Vecino e i nerazzurri in 10, il cuore che ora sembra illudersi. Si può rifiatare? Meno lavoro del previsto? Mh.  No. Anzi. Il calcio ha risvolti che nessun cuore del mondo può calcolare. L’Inter mette ordine, alza il ritmo, pareggia, raddoppia. Di nuovo una sensazione amara, dentro a un battito ora rallentato. Peccato, accidenti, stasera era iniziata col cuore al posto giusto, forse il campionato se ne va davvero. Passano i minuti, il muscolo prezioso ha un paio di sussulti, m a i minuti passano e la palla non entra. Il tempo del cuore. Il tempo del match. Manca pochissimo, e Luca, il mio vicino di abbonamento in tribuna est che sta soffrendo accanto a me in un Pub di Piazza Alessandria a Roma, sussurra con un lampo di pazzia negli occhi che gli ultimi minuti non possono sempre e solo portare disgrazie. Che non è finita. Il cuore quasi si illumina dopo quelle parole. Ma soprattutto si illumina Cuadrado, che si butta dentro l’area e infila finalmente il pallone in rete, con una traiettoria da playstation dei sogni. Ecco. Accidenti adesso se batte. Chissà quanto batte quello dei giocatori adesso, che “sentono” che il miracolo si può fare. Chissà quanto batte quello di Chiellini, che a bordo campo ulra, strepita, incita, suggerisce, come stesse giocando anche lui. E gioca, in effetti, perché tum-tum, l’inesauribile cuorejuve insiste. Punizione di Dybala, cross pennellato, e di nuovo il battito che quasi si ferma, mentre quel pallone dolce plana verso l’area. La testa fatata di Gonzalo sbuca in mezzo al gruppo e trafigge perentoria Handanovic. Quando la palla gonfia la reta arriva una scossa che difficilmente dimenticheremo negli anni. Il nostro Pub letteralmente esplode, e il cuore, a quel punto, intraprende una ritmica tutta sua, forse inedita, a metà tra la batteria di John Bonham e quella di Buddy Rich. Eh già. Non è più un battito ora, diventa musica. Ancora un piccolo sforzo. Arriva il fischio finale. Si può urlare, e i battiti sembrano ora due mani che appaludono. Passa un attimo, e arriva Fiorentina-Napoli. Cambiano i batteristi e muta la ritmica. Ma dopo il 90’ il battito bianconero resta agganciato a uno spartito fantastico. C’è solo da resistere ora. C’è da battere e combattere. Occhi sul pallone, la mano sul cuore.

#FinoallaFine