Cardiff, le ragioni della sconfitta

di Riceviamo e Pubblichiamo |

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Finalmente calcato il piede sul suolo natio, dopo l’amarissima trasferta di Cardiff, ripulito il telefonino dai messaggi de “Les Miserables” (i vari “amici” romanisti e milanesi), proviamo a capire, a mente “semifredda”, quali sono state le ragioni della sconfitta. E’, se volete, un processo catartico, utile per chi scrive e, speriamo, per chi legge:

1) il Real Madrid è più forte della Juventus. Non è una differenza enorme, ma il divario c’è. Pjanic non è Modric, Khedira non è Kroos, Higuain non è Benzema, Dybala non è (ancora) Ronaldo. Ammettere che l’avversario ti è tecnicamente superiore non è sbagliato. Si dirà: ma abbiamo battuto il Barcellona senza neanche difficoltà enormi … Vero, ma è altrettanto vero che il Barcellona incontrato dalla Juve non era certamente al suo top di forma. E questo conta, soprattutto nelle partite secche (non è certo un caso che il Real abbia vinto tre delle ultime quattro Champions …);

2) e veniamo appunto al secondo punto: se avessimo incontrato il Real nella partita doppia, avremmo avuto molte più chances di superare la squadra di Zidane, molto più abituata a questo genere di sfide. Non è un caso che gli ultimi a scomparire dalla partita siano stati Alves, Manzdukic, Khedira, gente che ha già vinto queste competizioni. Purtroppo, però, la finale andata/ritorno della Champions non l’hanno ancora inventata;

3) e veniamo appunto al terzo punto: la personalità, sia dei singoli, sia dell’intero team. Il fatto di aver disputato la partita con 8/11 che non avevano giocato a Berlino è sicuramente un merito ed un riconoscimento della capacità di rinnovarsi. Però è anche un limite: al contrario del Real, era la prima finale per tanti, troppi giocatori. Lo si è visto specie nel secondo tempo. L’andamento tattico della partita del Real ha un po’ ricalcato quello della Juve in campionato e in Coppa Italia: ci hanno fatto giocare nel primo tempo, hanno aumentato la pressione e colpito nel secondo. Probabilmente quando si è visto che Dybala e Higuain non toccavano palla all’inizio del secondo tempo, si poteva pensare ad un cambio tattico, con ritorno ad un 3-5-2 più coperto;

4) la fortuna o, meglio, la sfortuna. L’esperienza insegna che, soprattutto quando il divario tra le due squadre non è enorme, gli episodi contano assai, specie in una partita secca. Chiudere il primo tempo sull’uno a zero per la Juve (ed era possibile) avrebbe avuto un’importanza notevole. Ronaldo tira, Bonucci devia (incolpevolmente), la palla va dentro; Casimiro tira, nuova deviazione di Khedira, la palla va dentro; Ramos viene ammonito dopo aver commesso un fallo che meritava senz’altro il giallo. Insomma, saranno anche più forti, ma non ci dice mai bene;

5) la forma fisica. Lo si è visto soprattutto nel secondo tempo. Arrivavano prima sulla palla, anticipavano spesso i nostri, correvano di più. Insomma, siamo arrivati più stanchi, abbiamo dovuto lottare su tre fronti, con ricambi non all’altezza di quelli del Real (avevano in panchina Bale, Asensio, Morata …). Potevamo fare più turn over in Campionato e Coppa? Forse sì, anche se probabilmente non sarebbe cambiato molto;

6) la pressione (dei tifosi, dei media, forse anche della Società). Quando andai a Berlino mi sopresi per aver visto per strada pochissimi tifosi del Barca, confrontati ai tanti entusiasti juventini. Quando stavo andando alla Stadio di Cardiff ho verificato la stessa cosa (e mi ha preoccupato non poco, come fosse un oscuro presagio …). Vincere o perdere questa Champions aveva, per noi, un significato molto più pesante che per i tifosi madrileni (l’avevano vinta l’anno scorso e ne avevano vinte undici). Se non hai mai disputato una finale di Champions e tutti i tuoi ti implorano e supplicano di vincerla, scendi in campo con una pressione maggiore dei tuoi avversari. Nel tennis di parla di “braccetto”, nel calcio un equivalente non l’hanno ancora inventato, ma insomma, ci siamo capiti. A questo aggiungiamo l’aura di perdenti delle finali di Champions: le somme tiratele voi.

Insomma, per tutto quanto sopra detto:

a) non era questa la finale che potevano attenderci realisticamente di vincere (e però un po’ ce l’aspettavamo tutti …). Altre finali ci avevano visti con più chances di vincenti: quella col Borussia, quella con Milan. Erano quelle le finali da vincere, non questa, che era (inaspettatamente) molto tosta;

b) la Juve non ha i mezzi tecnici e finanziari delle tre grandi “big”: potremo senz’altro tornare a giocare una finale di Champions, ma il divario permane. Siamo nella fascia immediatamente inferiore: Atletico, PSG, Porto, le inglesi (per ora, ma cresceranno);

c) possiamo colmare questo divario? Forse sì, ma occorre tempo (Calciopoli è di appena dieci anni fa) e soprattutto denaro. La Juve è già al massimo dei ricavi che può ottenere (Stadio, merchandising, diritti TV, sponsorizzazioni, premi da Champions e competizioni varie, plusvalenze da cessioni: fonte l’amico Riccardo, che ci capisce…). Servirebbe un investimento molto pesante della Società per raggiungere giocatori di spessore, esperienza e/o futuro più consistenti e per trattenere quelli che aspirano ad ingaggi più pesanti (la partita con Pogba e Vidal al centro sarebbe stata diversa ? Forse sì). Probabilmente questo non accadrà: chapeau alla proprietà per ciò che ha fatto finora, ma non mi pare che sia pronta/disponibile a mettere denaro fresco nelle casse della società.

In conclusione (per dirla con Gino Bartali): “l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare?” Ma certamente no. Abbiamo vissuto una stagione straordinaria e ricca di successi. Abbiamo disputato la seconda finale di Champions in tre anni. Abbiamo una dirigenza di primissimo livello (Andrea Agnelli è tanto bravo come Presidente quanto incapace col pallone: visto alla Partita del Cuore, meglio stendere un velo …. Marotta e Paratici sono un duo senza pari a livello europeo). Abbiamo una squadra di altissimo livello tecnico ed un allenatore che ha dimostrato di saperci fare. Dobbiamo avere pazienza e fiducia: prima o poi la Coppa dalle grandi orecchie sarà nostra. E’ capitato al Chelsea di Di Matteo, stava capitando all’Atletico del Cholo: volete che non ci riusciamo noi?

 

Di Alessio Costantini