Cardiff infinita

di Riceviamo e Pubblichiamo |

millennium stadium cardiff

Sembra quasi impossibile abbandonarsi ad una serena analisi poche dopo la debacle bianconera. Tuttavia è proprio per la perentorietà del risultato che l’emozione fa un giro largo (rabbia-delusione-rassegnazione-analisi) e ci si ritrova a brandire unicamente l’arma della fredda lettura per far sbollire la cocente sconfitta. Si dirà che è inutile mettersi lì col righino a misurare il cedimento colossale della partita di martedì sera, come scrive in parte Fabio Licari sulla Gazzetta di oggi, eppure c’è qualche errore di concezione che possiamo rilevare. Quantomeno per parlare di quel poco che si poteva fare e non si è fatto.

Si è detto recentemente che nei 180 minuti il Real è un avversario diverso, più maneggevole, ma il gol di Ronaldo nei primi minuti della partita dimostra subito tutt’altro. Anzitutto che la partita in corso era il prosieguo della finale di Cardiff. Il filo rosso che unisce le due sfide si inizia a intravvedere perfettamente, anche nei minuti successivi che ci ridanno una fiducia fintamente normale. Un equilibrio che non c’è. Allora fu il gol-capolavoro in mezza rovesciata di Mandzukic a farci pensare di essere in partita, stavolta non abbiamo bisogno nemmeno di quello. Ma mettiamo da parte un secondo lo spirito della finale che aleggia e valutiamo l’11 titolare.

Dapprima l’assenza per squalifica di Pjanic non promette nulla di buono, ma è l’ispirazione poco felice di Mister Allegri a dare una risposta sbagliata ad un quesito tattico delicato. Si rivela infatti infausto individuare nel ventenne Bentancur il copilota della guida del centrocampo. La prova del talentuoso uruguagio restituisce l’istantanea di un giocatore ancora acerbo, gettato in una partita difficilissima a ricoprire il ruolo-chiave di facitore di gioco. È vero, valutando le caratteristiche di Bentancur, l’idea di inserirlo non è sbagliata in sé, ma la fortuna della sua applicazione pratica è dubbia, quasi avventuristica. Non basta inserire l’unico uomo di centrocampo che assomigli a un vice-Pjanic, non basta l’automatismo o un’equazione. Facile immaginare che sin dai primi minuti l’allenatore juventino, da gran tecnico qual è, abbia rimpianto di non aver osato di più.

Si poteva quantomeno fingere di farlo con una squadra più offensiva, dotata di tre punte. La veste tattica di facciata avrebbe mostrato spavalderia, mentre lo spartito nascosto avrebbe previsto un reparto offensivo tutt’altro che sfrontato, votato al sacrificio (della serie Mandzukic o Cuadrado terzini…). In più ci sarebbe stato il conforto di una cerniera di centrocampo ben più robusta, innervata dal binomio di Matuidi (o Marchisio) e Khedira. Invece il centrocampista tedesco, comprimario di una improbabile diga con Bentancur, ha dovuto adattarsi alla amara realtà della partita conducendo il gioco palla al piede, avanzando a volte anche con successo. Ma il problema era vederlo alle prese con il ruolo di regista, un lavoro che non gli spetta. Si tratta di un giocatore imponente, “condannato” dai suoi 190 cm a non poter aggredire spazi sterminati. I ritmi della Champions mettono in cima ai valori la velocità molto più di quanto faccia la Serie A, dove infatti Khedira spadroneggia. Si pensi al dirimpettaio Casemiro, un miraggio di mobilità e dinamismo. E i suoi compagni Modric, Isco e Kross capaci di fraseggi rapidi oltre che precisi.

La velocità dei nostri esterni dovrebbe compensare questo scarto evidente, ma concentrando sulle corsie le sortite offensive si è donato un che di episodico ad ogni manovra. Il grande Douglas Costa ha garantito a sprazzi imprevedibilità, ma quando i suoi guizzi non avevano effetti sembrava più per l’esilità del costrutto di gioco che per responsabilità del brasiliano. Per quanto riguarda la difesa, difficile dare troppe colpe ad Allegri che avrebbe dovuto rischiare una retroguardia più veloce, ma meno esperta, magari con l’esclusione del 36enne Barzagli a favore di un Rugani (sempre per salvaguardare il principio della velocità). Concordiamo che sarebbe stato un azzardo troppo grande dare fiducia al difensore ventitreenne, è vero, anche se la scommessa di Bentancur sulla mediana non è decisione meno rischiosa. Anzi. Ma far finta che non mancasse Benatia e non reiventare la difesa modellandola per neutralizzare il loro attacco letale, è costato caro. Anche l’esclusione di Lichtsteiner, dopo la prova positiva nel ritorno degli ottavi, grida vendetta.

A questa impostazione sbagliata si è poi aggiunta l’incapacità di intervenire a partita in corso, per bloccare la macabra metamorfosi del match nella finale del giugno scorso. Questa incapacità è tragicamente aggravata dalla leggerezza di Dybala, il miglior interlocutore di Costa, che si fa buttar fuori ponendo di fatto fine all’incontro, anche se mancano ancora venti minuti di pietoso 10 contro 11. Impaurito dalla prospettiva di diventare il loro punching ball, Allegri commette un altro errore: inserisce Matuidi al posto di Costa, cercando di ristabilire un equilibrio incrinato ben prima dell’uscita di scena di Dybala.

In questa scelta si legge in filigrana l’equivoco di concezione generale del tecnico livornese: la voglia di evitare sin dall’inizio lo spauracchio del 4 a 1 attraverso la difesa, il procedere ragionato e graduale, piuttosto che sparigliare l’ordine delle cose che ci vede troppo inferiori. L’unica parola d’ordine era spezzare il circolo vizioso di Cardiff e aggredire una corazzata iper-collaudata, inventare un blitz preventivo prima di finire inghiottiti nei loro meccanismi implacabili, prima soprattutto che questi si mettessero in funzione poiché, oramai lo sappiamo, non riusciamo a fermarli.

Pensavamo di avere molte più armi, invece avevamo a disposizione solo l’effetto sorpresa. Non si è capito che Cardiff non era un incidente di percorso, ma l’approdo naturale. Certo non intuire questo prima del fischio di inizio è un errore perdonabile, ma non invertire il senso della gara con tutte le armi, ad ogni costo, il prima possibile e scongiurando questo zero a tre definitivo, risulta più difficile da comprendere.

di Roberto Urbani