Cardiff 2017 – Diario di un viaggio da non rifare

di Giuseppe Gariffo |

In questa storia non leggerete nulla sulla partita contro il Real, sul perchè e sul come l’abbiamo persa, per l’ennesima volta. Ci hanno già pensato altri e ci sarà una lunga estate per medicare la ferita, senza poterne limitare la cicatrice. Qui racconterò quello che è accaduto prima e dopo l’evento sportivo a chi si è recato a Cardiff, lasciando che siano i lettori, molti dei quali avranno magari condiviso l’esperienza, a farsi un’idea.

Breve premessa: come tutti sanno, siamo una tifoseria apolide e diffusa. Un minus, per alcuni, un valore per altri, ma è oggettivo che i sacrifici che compie uno juventino, per seguire la squadra del cuore, siano mediamente più grossi di quelli di un qualunque altro tifoso di un club legato a un territorio specifico. Come saprete, io vivo a Palermo, e nel corso delle mie trasferte bianconere ho scoperto di non essere uno dei pochi disposti a fare follie per vedere la Juve. Per questo, come per Berlino 2015, ho giudicato un atto di giustizia la scelta della Juve di privilegiare, in vista di Cardiff, chi è titolare di un abbonamento e, a seguire, delle varie tessere fidelity.

Nei giorni precedenti la pubblicazione ufficiale dei fantomatici “pacchetti” viaggio-biglietto, offerti dalla Juve, con gli amici abbonati si sono valutate le più disparate ipotesi di viaggio per evitare un bis dell’esperienza berlinese, definita da più parti una “deportazione pagata a peso d’oro”. Tra queste ipotesi  se ne sono fatte strada due, che particolarmente mi affascinavano: il noleggio di un Minivan con partenza da Torino e due pernottamenti (uno prima e uno dopo la partita), da condividere almeno in sei-sette; oppure un volo diretto su Londra con due pernottamenti nella capitale inglese a cavallo della partita e trasferimenti a e da Cardiff in treno o bus. In entrambi i casi non ci saremmo comunque potuti muovere in anticipo con le prenotazioni, in quanto non era ancora chiaro se sarebbe stato possibile acquistare singolarmente il biglietto della partita organizzandosi il viaggio autonomamente (per Berlino, ad esempio, non lo fu): si rischiava dunque di buttar via dei soldi per trasferimenti inutilizzabili.

Alcuni giorni dopo la Juventus chiariva che sarebbe sì stato possibile scegliere tra pacchetti viaggio-biglietto e il solo ticket del Millennium Stadium, ma senza specificare quanti biglietti singoli sarebbero stati messi in vendita. Sui forum le voci parlavano di una scorta limitata di 1500 tagliandi, troppo pochi per affidarvi le speranze di viaggio.

Il giorno precedente l’apertura ufficiale delle vendite, il sito “2017Cardiff”, unico canale abilitato, presenta, oltre ai vari pacchetti viaggio classici (bus, aereo) un altra opzione molto interessante che prevede due notti a Londra e i trasferimenti in bus su Cardiff. Piccolo particolare: a Londra bisogna prima arrivarci, e i prezzi degli aerei erano ormai alle stelle (il Palermo-Londra con scalo a Milano, che alcuni giorni prima costava 160€ andata e ritorno, aveva ormai superato i 500€).

Consultandomi con Giovanni, mio compagno di viaggi bianconeri, capisco che l’unica scelta possibile per l’indomani è quella che al ritorno da Berlino avevo giurato di non fare mai più: spendere circa 1000 euro per il pacchetto volo-biglietto da Catania (unico aeroporto del Sud disponibile), senza alcun pernottamento in hotel previsto. Sarebbe bastato pubblicizzare con sufficiente anticipo i dettagli le opzioni di viaggio, per permettere ai tifosi di organizzarsi nel modo più consono. Mi dico “ok, stavolta magari vinciamo e la notte insonne del dopopartita mi servirà per festeggiare. La fatica non la sentirò”. E’ solo il primo esercizio di pazienza che mi verrà chiesto.

Arrivano le 10,00 del 19 Maggio e in 4 minuti riesco già ad acquistare il mio pacchetto. Volo andata e ritorno Catania-Cardiff e biglietto categoria 4 (mi piace, è quella più vicina al campo) a “sole 975 €”. Mi sento fortunato, un po’ perchè per Berlino il server si impallava in continuazione e riuscii a fare i biglietti alle 3 del mattino, un po’ perchè so di amici che non riescono ad accedere (perchè il sistema non riconosce i numeri della tessera del tifoso o l’apostrofo del cognome, incredibile ma vero) o di altri che hanno inseguito invano la chimera dei biglietti senza pacchetto (evaporati, secondo alcune stime, nei primi 100 secondi di apertura del sito, e poi misteriosamente ricomparsi nelle prelazioni successive per titolari di tessera J1897 e Premium Member).

Insomma, leggo e rileggo con soddisfazione la mail di conferma e non penso nemmeno lontanamente di aver appena tolto 975 € dalla cassa di famiglia, nè di dover rimanere una notte insonne. Solo una cosa mi stona. In fondo alla mail c’è scritto: “Il 30 Maggio 2017 riceverai tutta la documentazione necessaria per partecipare all’evento”. “Caspita”, penso, solo tre giorni prima. Devo recarmi a Catania (se pensate che sono solo 200km vuol dire che non conoscete le autostrade siciliane) e non so ancora quando partirò. Decido, con il solito Giovanni, che in fondo questa è un’occasione. Vorrà dire che pernotteremo a Catania la sera prima della partenza e ci faremo pure una bella mangiata di pesce ad Acitrezza per smaltire la tensione. Funziona, fila. E mi piace anche.

Ma il 30 maggio, dopo una giornata di attese, arriva alle 22,06 (prima doveva, certamente, essere impossibile) la fatidica mail di convocazione, che mi informa che la partenza da Catania è prevista per le 00,40, con convocazione in aeroporto alle 22,10 della sera del 2 Giugno. Le notti da trascorrere senza un letto non è appena una, dunque, sono due! A un tifoso siciliano che vuole seguire la Juventus in finale di Champions viene chiesto di non dormire due notti, questa è la realtà senza troppi giri di parole. Chiamo l’hotel di Catania per disdire il pernottamento, faccio il biglietto del bus per e da Catania perchè capisco che al ritorno, dopo 48 ore, non sarò in grado di guidare e avviso Giovanni della novità. Trascorriamo il giorno dopo a pensare e ripensare ai soldi spesi e alle condizioni di viaggio che ci stanno imponendo, continuiamo a chiederci cosa faremo arrivando alle 3 del mattino a Cardiff, ma dura solo 24 ore.

Dal giorno dopo siamo di nuovo focalizzati sull’evento, sulla #RoadToGlory, siamo abbastanza convinti di potercela fare e ci diciamo che comunque vedremo una grande Juve, che darà l’anima per 90′, non la solita Juve delle finali. Iniziamo a pensare a cosa fare a Cardiff, dove pranzare, dove incontrare gli amici conosciuti sul web e allo Juventus Stadium. Unico neo: un amico mi fa notare che nella mappa dello stadio di Cardiff la categoria 4 di biglietti non è solo destinata a chi occupa l’anello più vicino al campo, ma anche a chi sta in piccionaia. C’è infatti una piccolissima striscia, quasi invisibile, dello stesso colore con il quale è evidenziato il primo anello. Mi rabbuio un po’, ma anche qui penso: “chissenefrega, ammesso che mi tocchi. Negli stadi inglesi si vede bene da ovunque.” Ma continuo a chiedermi se davvero non si possa fare meglio.

 

 

 

Arriva il pomeriggio della partenza. Ho già dormito male la notte precedente, per colpa della tensione che questa agognata coppa ci mette addosso. La sera alle 20 sono già all’aeroporto di Catania con Giovanni, che arriva da un’altra provincia siciliana. Ceniamo, ci scattiamo qualche selfie e andiamo a ritirare la nostra carta di imbarco. Incredibile: pur avendo acquistato il pacchetto insieme, con lo stesso numero di pratica, io viaggerò in fila 6 e lui in fila 29. Ci dice la tour leader che i posti sull’aereo sono stati assegnati per ordine alfabetico. Bizzarro, abbozziamo anche una timida protesta, ma anche qui cediamo: in fondo, basta arrivare a Cardiff ed assistere alla partita. Pazienza, ancora pazienza. Sul volo vengono distribuiti i biglietti dello stadio e temiamo che ci possa accadere la stessa cosa che racconta un ragazzo nella fila avanti: anche lui ha acquistato il pacchetto con biglietti categoria 4 insieme ad un amico, e a lui è toccata la piccionaia mentre all’amico il primo anello. Fortunatamente questo non accade a noi. Io e Giovanni saremo entrambi nel primo anello, come desideravamo. Altrimenti avrei avuto ancora pazienza? Non saprei.

Atterriamo a Cardiff, superiamo i controlli, ci viene applicato un braccialetto al polso come nei villaggi turistici in formula all inclusive e come nelle carceri. Sfumature. Saliamo sui bus che ci portano nella zona di raduno dei tifosi della Juventus, al Cardiff City Stadium, dove giungiamo intorno alle 3,45 del mattino. Sapevamo che nel sottotribuna dello stadio sarebbe stata attrezzata un’area con servizi e punti di ristoro, al coperto. Ci dicono che aprirà alle 6. Non è facile da comprendere: sei sai che arrivano 200 poveri cristi che hanno speso mille euro, cosa impedisce di aprire il sottotribuna due ore e mezza prima? Mistero. Ma vabbè, accettiamo anche questo in silenzio, tanto per fortuna c’è un McDonald’s aperto h24 dove sottrarsi al freddo e magari consumare una bevanda calda.

In molti, anche il mio compagno di viaggio, riescono a poggiare la testa sul tavolino ed iniziano a dormicchiare. Io non ce la faccio. Esco, al freddo, c’è già luce a quella latitudine, giro un video con lo Smartphone per Juventibus, dico che sono disposto a vegliare non solo due, anche tre notti se necessario, pur di vincere la Champions. Sono sobrio quando lo dico, sembra incredibile anche a me, come se per vincere una Champions dovessi scontare una pena. Io. Alle 5,30 rientro, sveglio Giovanni e gli dico che c’è già luce, voglio fare una passeggiata per Cardiff. Dandomi del pazzo (e ha ragione) accetta, e facciamo un giro largo che ci fa passare dal “Calabrisella”, pizzeria designata per il pranzo all’insegna del #siamotutticalabresi fino a fare un giro attorno al teatro dei nostri sogni, il Millennium Stadium.

 

 

Dopo un’ora di passeggiata torniamo indietro, verso il Cardiff City Stadium, dove alcuni amici provenienti da Roma, Milano, Torino, in bus o in aereo, iniziano ad arrivare. Li andiamo ad incontrare. Alcuni di loro attendono l’apertura degli stand dove distribuiranno i biglietti ai tifosi che non hanno scelto il “pacchetto volo”, l’unico che prevedeva consegna dei ticket durante il viaggio. Gli stand aprono alle 9. Anche questa mi sembra una stortura. Se i pullman iniziano ad arrivare alle 6 del mattino, perchè costringere gente già stanca a fare tre ore di fila davanti a una saracinesca chiusa? Passi anche questa.

Finalmente siamo tutti, e ci dirigiamo verso il centro, dove incontriamo Leomina ed il suo ukulele, che richiama la folla tutte le volte che parte con il primo accordoi. Ci immergiamo per dieci ore nell’atmosfera della finale di Champions, ovunque ci sono bandiere bianconere, cori da stadio. Cardiff difficilmente dimenticherà le nostre canzoni, mentre i madridisti scherzano tra di loro, bevono, ridono. Sembrano in viaggio premio, senza rughe nè urla. Conoscessero il testo forse si metterebbero anche a cantare con noi “sono un ultras bianconero…”.

Incontro vari amici, alcuni di Juventibus come Fedezic (che ha ha condiviso con me gran parte della giornata e delle sue criticità e potrebbe scriverne quanto me), altri con cui condivido le mie giornate torinesi come Nino, Francesco e Gianluca. Beviamo la prima birra, andiamo a pranzare al Calabrisella, poi ci raduniamo in un pub di High Street, dove il tasso etilico aumenta insieme ai decibel dei nostri cori. Alle 17, 30 decidiamo che è ora di entrare allo stadio. Mancano due ore e la nostra testa è tutta lì.

Il Millennium è meraviglioso, il nostro posto a sedere ancora meglio. Chiamo mia moglie e non riesco a parlarle, ho un nodo alla gola. Mi sento al centro del mondo e della storia Juve. Continuiamo a cantare, stiamo in piedi sui sediolini e lo staremo fino alla fine. O quasi, perchè al gol del 4-1 non ce la faccio a rimanere dentro, la delusione è cocente e non ce la faccio a vedere altri festeggiare, appena due anni dopo Berlino, dove mi sembrò una cosa naturale, prevedibile e dovuta.

Torniamo all’area pullman del Cardiff City Stadium senza dire una parola. Il nostro volo è previsto per le 3,50 del mattino. I primi ad arrivare, gli ultimi ad andarsene. Pazienza. Se avessimo vinto non ci saremmo lamentati. Ma speriamo almeno di trovare il nostro bus aperto, per appisolarci lì. No. L’autista arriverà all’1,20 del mattino, come da appuntamento per la partenza. Allora cerchiamo riparo nel McDonald’s della notte precedente, mangiamo un panino e ci rifugiamo nel sottotribuna per riposare un po’. Alcuni riescono ad appisolarsi. Io no. Ripenso alla partita e a tutte le vicissitudini del viaggio fatto e di quello ancora da fare. Finalmente è l’1,20 e l’autista arriva e ci porta in aeroporto. L’aeroporto di Cardiff sembra un centro di prima accoglienza. Persone che bivaccano stremate, altre che occupano ogni metro quadrato disponibile per stendersi a terra e prendere sonno. Gli aerei sono quasi tutti in ritardo, un’ora in media. Il nostro no, solo 20′. Veniamo chiamati all’imbarco e saliamo sull’aereo. Penso che almeno non perderò il bus che mi riporterà a Palermo da Catania. Mi illudo. Due passeggeri si sono addormentati nel sottotribuna del Cardiff City Stadium e non sono arrivati in aeroporto. Non è neanche colpa loro, erano soli, hanno ceduto al sonno e nessuno li ha svegliati per portarli sul bus. Bisogna aspettare che arrivino, a bordo di un altro pullman. Attendiamo un’ora, finchè finalmente arriva uno solo dei due e, tra le proteste di alcuni, tour leader e assistenti di volo decidono di chiudere le porte dell’aereo e decollare senza aspettare il secondo. Alcuni a Catania, come me, dovranno prendere dei bus. Altri addirittura dei voli di coincidenza. Prima del decollo invio un messaggio a casa e mi casca l’occhio sull’app “Salute” dell’iPhone, che mi indica quanto ho camminato nelle 24 ore precedenti. Non sono andato in UK per allenarmi in vista della Marcia alle Olimpiadi, di conseguenza il dato fa impressione.

 

 

Atterriamo a Catania alle 8,45. Riesco a salutare Giovanni al volo e a prendere il mio bus per il rotto della cuffia. Arrivo a Palermo alle 11,40, quasi 43 ore dopo la mia partenza, quasi senza aver chiuso occhio. Nel viaggio tra Catania e Palermo leggo di ciò che è accaduto a piazza San Carlo. C’erano alcuni amici, in quella piazza pur con qualche ferita addosso mi rassicura scoprire che stanno tutti, relativamente, bene. Da padre di tre figlie piccole mi sconvolge leggere che c’è un bambino in pericolo di vita. Di colpo, da una parte tutta la fatica e la rabbia che ho addosso mi sembrano un’inezia, dall’altro torno a chiedermi se ne sia valsa la pena. Non per il risultato o per la mia squadra del cuore, perchè niente mette in discussione il mio legame con la Signora. Ma per quello che ho sacrificato, fisicamente, affettivamente ed economicamente. Per come mi sono sentito trattato. Perchè, preparandole così, le finali le perdiamo prima ancora di giocarle.

E’ giusto costringere chi ha la Juve nel cuore a fare questi sacrifici solo perchè per quella maglia è disposto a farli? Davvero non si può fare meglio o c’è menefreghismo, condito da arrendevolezza alle logiche del business? Vale la pena, allora? Ognuno può dare la sua risposta, ognuna rispettabilissima. Io rifarò l’abbonamento perchè so quanto mi mancherebbe lo Stadium, gli amici di Juventibus e quelli della Tribuna Est. Ma ho anche chiesto a mia moglie di impedirmi fisicamente, quando un giorno riaccadrà di esserci, di recarmi a vedere una finale. E se leggo la parola Kiev, ovunque, chiudo la pagina.

Ps. Che ci crediate o no, avrei scritto questo pezzo anche se avessimo, vinto. Ho i testimoni. Sarebbe cambiato al massimo qualche dettaglio.