Cara Juve non smettere di lottare, poi ti porto in vacanza

di Simone Navarra |

Non chiedere nulla, sono stato nei guai e ho dovuto andar via da te, dalle tue partite, dai campioni grandi e piccoli che indossano quella maglietta, difendono o dovrebbero farlo quel simbolo. Nel marchio adesso non c’è più il tuo nome e qui viene difficile spiegare, spiegarsi, quanto sei mancata. Perché ho perso un sacco di cose, amici e amori, conoscenti d’ombrellone e compagni di viaggio, occasioni e semafori verdi. Tu, invece, hai sempre dato una speranza ad uno come me, come tanti, con la faccia e gli occhi da “animale in fuga”, come canta il poeta. Mi manca l’inno gridato dentro lo stadio. Come mi manca l’abbraccio casinista della folla, oppure i panini freddi e la birra calda, il caffè Borghetti, le caramelle alla menta pagate 4 euro.
Hai perso finali di Coppa come nessuna. In tv cominciano con il ricordarmi quella del ’73 contro l’Ajax di Cruyff od anche quella che mi ha fatto piangere una notte intera, del maggio ’83, con i tedeschi dell’Amburgo, che poi non hanno fatto più nulla nella loro storia. Per non dire delle partite infami con il Real Madrid di Seedorf e Karembeu, oppure con il Borussia Dortmund degli ex Paulo Sousa e Andy Moeller. Ti fece sanguinare il Milan nel 2003, a Manchester. Poi c’è stata Berlino, con il Barcellona, e poi ancora i blancos a Cardiff. Non abbiamo esorcizzato nulla con l’arrivo dell’uomo che ne ha vinte più di tutti noi. Gli abbiamo regalato soldi e poco altro. E se alle critiche era abituato, certamente a dovuto schivare diverse coltellate alle spalle. A cominciare dagli arbitri che non fanno rispettare alcun piede buono, fantasista o attaccante.
In mezzo a questo riassunto che vorrebbe esser qualcos’altro non ritrovo la frase di Michael Jordan, il detto delle sconfitte da uno che ha il palmares gonfio come quello delle medaglie di un generale sudamericano negli anni ’70. Perché questo campionato che non finisce mai, che non viene visto da tutti quelli di prima, che non ha l’anima ma solo il sudore, la puzza, il senso di uno stagno fangoso, tipo quello che ti ammazzò a Perugia. Mentre a Torino ti processavano per le pomate che ti spalmavi o le pasticche ingoiavi per dormire meglio. Ti hanno fatto passare per criminale in quel tempo lì. Perché ti eri confrontata a viso troppo aperto. Eri una realtà che andava a San Siro e battevi 6-1 il Milan. Eri diventata troppo e ti hanno azzoppato.
Lasciami questo pregiudizio, cara mia. E’ come aver visto sposare ad un altro il proprio unico amore. Doloroso come lei che non ti riconosce, eppure ti sembra di non essere cambiato. Ecco, ad un certo punto, hanno deciso che dovevi ingoiare merda e morire un po’. E’ stato difficile amarti, pensarti. Sono stati anni complicati. Hai bruciato un paio di generazioni di giocatori e fatto cambiare idea ad allenatori e manager vari. Poi l’amore si è incistato come un virus e ha fatto scoprire questo battito maledetto, in quella sera in cui il presidente ci ha chiamato “gente della Juve”. Allora sono scese tutte le lacrime non piante ogni volte che hai perso, che abbiamo perso. Ed ero solo, dentro un trenino che mi riportava casa, con quell’odore di nuovo ancora dentro, in mezzo al petto.
Cara Juventus non smettere di lottare. L’unico messaggio che riesco ad affidarti è questo. Ed ho voglia, adesso, di abbracciarti e portarti lontano, in vacanza, in uno di quegli alberghi che frequentavi qualche anno fa, in montagna, all’ombra di alberi e nuvole dolci. Quanto mi manchi non si può scrivere e per questo ti chiedo di regalare un po’ della tua anima a questo gruppo di ragazzi che ti difendono, a quel signore che mastica cicche, a quegli altri che imprecano in tribuna e devono far finta di essere distaccati come dirigenti qualunque. Loro sono i fratelli che sono andati via, sono i ricordi smarriti di una società rinata grazie all’impegno di pochissimi e con tifosi disorganizzati e diffusi. Cara Juventus mi manchi.

JUVENTIBUS LIVE