O’ Cappotto – l’epico Napoli-Juve 2-6 del ’74

di Juventibus |

15 dicembre 1974 – Stadio San Paolo di Napoli

NAPOLI–JUVENTUS 2–6

Napoli: Carmignani; Bruscolotti e Pogliana; Burgnich, Landini e Orlandini; Rampanti (dal 46’ Ferradini), Juliano, Clerici, Esposito e Braglia. In panchina: Favaro e Massa. Allenatore: Vinicio.

Juventus: Zoff; Gentile e Cuccureddu; Furino (dall’81’ Viola), Morini e Scirea; Damiani, Causio, Altafini, Capello e Bettega. In panchina: Piloni e Longobucco. Allenatore: Parola.

Arbitro: Agnolin di Bassano del Grappa.

Marcatori: Altafini al 27’, Damiani su rigore al 37’, Damiani al 41’, Bettega al 51’, Clerici al 63’, Causio al 70’, Clerici al 73’, Viola all’84’.

 

 

Estate 1974: si è appena conclusa una stagione molto amara per i tifosi juventini; lo scudetto è stato perduto dopo un campionato abbastanza deludente, dominato dalla Lazio di Maestrelli e Chinaglia che, per la prima volta nella sua storia, ha l’onore di indossare la maglia con lo scudetto. La Juventus deve, inevitabilmente, cambiare; il ritocco più evidente è quello che riguarda il timoniere; il buon Vycpálek è messo in disparte e la panchina tocca a Carletto Parola, uno dei tanti uomini Juventus, incapaci di dire di no al richiamo dell’antica passione. Parola è stato grande, quando si librava in aria a colpire in sforbiciata, incrociando i tacchetti con quelli del Grande Torino ed ha già vinto due tricolori sulla panchina della Juventus negli anni sessanta.

«Il naso ce l’ha, speriamo che fiuti bene», ride Boniperti raccontando dell’amico. E Parola sta al gioco, dimostrando subito che il nasone gli funziona bene. Niente rivoluzioni, niente proclami, non c’è bisogno di cambiare, scardinare, sconvolgere. La strada impostata da Vycpálek è perfetta, non è il caso di andare a caccia di avventure. Il suo compito, Carletto, lo conosce benissimo; la Juventus deve sempre vincere. E se in poltrona sta seduto Boniperti, l’imperativo si fa categorico. Il gioco della sua Juventus è molto semplice; quello di prima, con niente di meno e, forse, qualcosina di più. Tutto nella norma, nella regola, senza schiamazzi, proprio come la campagna acquisti, che fa aggiungere alla rosa solamente due novità. Oscar Damiani, ala destra tutto scatti e finte, in arrivo da Vicenza e Gaetano Scirea, un libero giovane, prelevato dall’Atalanta, da sempre feudo fedele e generoso del casato bianconero.

La Juventus parte piano; la sconfitta d’apertura a Bologna fa storcere il naso a qualcuno, ma è rimediata la domenica successiva col Milan. Alla terza giornata c’è un evento fondamentale, esordisce il taciturno Scirea e alla quinta giornata a Genova, quasi casualmente a causa di un infortunio rimediato da Spinosi; Parola trova il miglior assetto della difesa, con Morini stopper e, appunto, Scirea libero. Proprio in quella giornata, i bianconeri raggiungono il gruppetto di testa, costituito da Bologna, Fiorentina, Lazio e Napoli, tutte con sette punti e l’aria dell’alta classifica dà, ai giocatori juventini, la spinta giusta. Grazie a cinque successi consecutivi, i bianconeri si scrollano di dosso le rivali; già alla settima giornata, la Juventus è da sola in testa.

Sembra che non ci sia storia, che nessuna squadra possa tenere il passo dei bianconeri ma una squadra contrasta fino all’ultimo i giocatori juventini. È, per certi versi, una sorpresa: la guida un tecnico coraggioso, che già quando giocava chiamavano O’ Lione. Ha idee rivoluzionarie, Luis Vinicio; fa giocare il suo Napoli con un modulo assai vicino alla zona, anticipando, di almeno dieci anni la diffusione nel nostro paese di questo credo tattico. Il parco napoletano non è sfavillante, ma concreto e, soprattutto, voglioso di far bene. In porta c’è quel Carmignani che alla Juventus ha ballato, male, una sola stagione. Il vecchio Tarcisio Burgnich, il geometrico Antonio Juliano e il forte centroavanti brasiliano Sergio Clerici, detto Gringo, sono i cardini della squadra partenopea.

Quando il 15 dicembre i bianconeri lasciano da trionfatori lo stadio napoletano San Paolo, forti di un “cappotto” per 6–2, nessuno avrebbe potuto prevedere che proprio da quella sonora sconfitta, i giocatori del presidente Ferlaino, sarebbero risorte fino a proporsi come unica alternativa allo scudetto. Ma, da quel momento in poi, per il Ciuccio, la rincorsa alla Juventus sarà lanciata e terminerà nella sconfitta al Comunale, grazie alla rete decisiva di Core ‘Ngrato Josè Altafini.

  “HURRÀ JUVENTUS”  

Ai bianconeri si addice il tennis; la cosa, risaputa da molti, è diventata di dominio pubblico soltanto alle sedici e un quarto di domenica 15 dicembre, ma gli aficionados della Zebra, quelli che sanno tutto, ma proprio tutto sui giocatori e che magari li seguono anche negli allenamenti, fanno spallucce e dicono, con aria di superiorità, che era tutto previsto e che, prima o poi, doveva succedere un punteggio tennistico del genere. La cosa, come molte altre che riguardano la Juventus scudettata numero sedici, nasce a Villar Perosa, durante il ritiro precampionato. Parola, un po’ scherzando sul conto dei bianconeri protagonisti del torneo tennistico di Grado (Damiani, Capello e Spinosi) e, soprattutto, perché convinto dell’utilità dell’esercizio, fa disputare quasi ogni giorno dai suoi giocatori accanite partite di calcio–tennis a squadre di sei, con sontuose bevute a spese dei perdenti. E così, il tennis si fa largo, conquista anche i più riottosi.

A Napoli, gli undici bianconeri mettono a frutto anche le esperienze estive e vincono il primo set sulla strada del titolo tricolore. È giornata radiosa, indimenticabile, probabilmente ineguagliabile. Il Napoli di Vinicio gioca con molto coraggio, ma la trappola “olandese” del fuorigioco fallisce clamorosamente e, per le punte bianconere, diventa improvvisamente facile e naturale andare in goal. Roberto Bettega è la chiave di volta della partita; gioca venti–trenta metri buoni più indietro rispetto alla posizione che lo consacrò uomo goal di grande opportunismo e, partendo da lontano, mette in crisi il dispositivo tattico degli azzurri partenopei. Bruscolotti finisce irrimediabilmente fuori zona, nell’intento di seguire Bettega lontano dall’area e, in spazi più larghi, l’attaccante juventino diventa, in pratica, inarrestabile. Segna un goal bellissimo, su galoppata solitaria per metà campo, e altri ne fa segnare ai compagni. Una grande dimostrazione di calcio totale, la sua, nella giornata più bianconera del torneo.

 

  “TUTTOSPORT” 

Dietro a questa collettività d’espressione ci sono ovviamente prestazioni individuali di grande rilievo. In difesa uno Scirea che, al suo repertorio offensivo, aggiunge la doverosa decisione degli interventi prettamente difensivi, così da risultare ineccepibile. Morini allenta sul finale, ma per tre quarti di partita è buona. Gentile emargina Braglia in maniera perentoria, come sa fare lui. Zoff incassa due goal abbastanza imprendibili, il secondo soprattutto. A centrocampo il livello medio risulta ancora più elevato. La magistrale abilità di Capello nel guadagnare gli spazi, l’inesauribile azione di Furino, la genialità controllata di Causio e l’enorme partita di Bettega, che si muove su tutto l’asse, dalla regia alla rifinitura sino al goal. Davanti, Altafini a sprazzi, ma un Altafini che, al momento di sbloccare il risultato, non si fa mai pregare. E anche Damiani è puntualissimo nell’applicare i numerosi risvolti del suo repertorio.

 

 “STAMPA SERA” 

I commenti sul trionfo della Juventus vengono parzialmente sciupati da quelli sul “giallo della bottiglietta”. C’è chi, tuttavia, all’episodio finale non bada, come Boniperti, il quale è particolarmente entusiasta per la prova della sua squadra. Il presidente bianconero, lasciata la tribuna d’onore quando mancavano dieci minuti alla fine, come al solito, ha atteso la squadra dinanzi agli spogliatoi. Ha ripetuto l’abbraccio con il quale si era espresso, per ringraziarla, negli spogliatoi di Amsterdam, mercoledì scorso, dopo che era stato superato il turno di Coppa Uefa con l’Ajax. Si è felicitato a lungo con i giocatori e, quando è uscito per un ulteriore incontro con i giornalisti, ha dichiarato: «È stata veramente una bella partita, con dei bei goal. È un mese splendido per noi, questo. Non so se è la migliore Juventus, ma indubbiamente è una squadra che combatte, composta da uomini e da giocatori. Era dal 1960, quando giocavo anch’io, che non vincevamo con un simile risultato a Napoli».

Parola cerca di ostentare una maggior freddezza, ma si vede benissimo che pure lui è entusiasta: «Abbiamo vinto perché ci siamo dimostrati più forti». Avete distrutto il mito del Napoli che mette tutti in crisi con il suo gioco difensivo alla brasiliana. «Noi siamo abituati a giocare contro gli olandesi e contro i tedeschi. Eravamo preparati a superare la difesa del Napoli. Bastava fare un semplice giochetto». «Il giochetto del triangolo ai limiti del fuorigioco», interviene sorridente Capello.

Altafini si vanta di essere il protagonista di sei goal della Juventus. Dice: «Il primo l’ho segnato io. Il secondo è stato realizzato da Damiani su rigore, dopo che era stato commesso il fallo ai miei danni. Il terzo a Damiani l’ho offerto io. Il quarto, a Bettega l’ho offerto io. Il quinto a Causio l’ho offerto io e il sesto è nato in seguito a una punizione per un fallo che era stato commesso ai miei danni. Che cosa potevo pretendere di più?».

Bettega è entusiasta per questo nuovo ruolo che lo eleva, a partire da Amsterdam, al rango di protagonista in campo. In precedenza, sul conto del giocatore bianconero c’erano stati anche gli elogi di Boniperti, che aveva detto: «Bettega è magnifico, si trova alla perfezione in quel ruolo. Però rimane utile anche come punta; anzi, per noi rimane una punta e basti vedere come ha fatto il suo goal. Una staffilata prepotente». L’attaccante bianconero ha poco da aggiungere. Dice soltanto: «Il merito è di tutta la squadra. Ci stiamo muovendo veramente bene e ognuno ha trovato la sua posizione in campo».

Molti festeggiamenti a Damiani, che ha segnato due goal all’Ajax, nel doppio confronto, e due contro il Napoli. Oltretutto, Damiani ha confermato che è il rigorista atteso da molti anni dalla Juventus. Gli chiedono come mai, rispetto ad Amsterdam, ha cambiato l’angolazione del tiro e lui spiega: «Proprio perché so che Carmignani ha visto come ho battuto il rigore ad Amsterdam. Forse lui pensava che io lo battessi dalla stessa parte».

Conclude Capello: «È il nostro momento di grazia. Non abbiamo risentito delle fatiche di Amsterdam. Stiamo giocando tutti al nostro posto, tutti nel modo migliore. Si predicava tanto il gioco olandese e mi pare che, in quanto a schemi auspicati per le squadre italiane, noi siamo i primi». Furino ha lasciato il campo perché vittima di una forte contusione. Nulla di preoccupante, ma il giocatore, nel momento in cui l’aveva subita, non poteva più continuare a giocare con la necessaria disinvoltura e così ha lasciato il posto a Viola, che ha segnato il suo goal, a compimento di una giornata nella quale, fra tutti gli attaccanti, soltanto Capello, sacrificato nel ruolo di interdizione davanti alla difesa, non ha potuto segnare.

di Stefano Bedeschi

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