Del capolavoro di Szczesny su Djuricic

di Sabino Palermo |

Domenica pomeriggio, 10 febbraio 2019, ore 18:04 circa. Al MAPEI Stadium di Reggio Emilia il nostro mondo si ferma per un istante. Un sospiro lunghissimo, che fa tremare gli occhi degli juventini e brillare di speranza l’altra metà d’Italia. Entrambi gli schieramenti pronti a saltar dalle sedie, a far scattare la voce in un corridoio di emozioni incontrollate e cambiare il senso di questa giornata di campionato.
Suspense.
Silenzio.
Miracolo.
Wojciech Szczesny ha fermato il tempo, così come lo slancio solitario di Djuricic. I suoi guantoni hanno arginato un “fiume in piena” diretto verso la sua porta – la nostra porta – difesa con estremo vigore da un tuffo matto e disperato, ma armonico e chirurgico. La partita cambia direzione, uno sliding doors degno da Oscar, se non fosse che poi c’è la partita dopo e poi quella dopo ancora, fino a precipitare tra le mani di Cristiano Ronaldo e della Juventus. Un trionfo che, in quell’istante al 2’ di gioco, andava totalmente costruito.
Un gesto bellissimo, di una pulizia stilistica degna dei grandi campioni: slancio sulla sinistra, distensione massima, corpo proteso ma parallelo al terreno di gioco, mano sul pallone, e poi succeda quel che succeda.
Suspense. 
Silenzio.
Capolavoro.
Da far svanire il ricordo di Gianluigi Buffon (come se in questi mesi se ne fosse realmente parlato). Ed è quest’ultima affermazione a farmi venire i brividi: Szczesny è diventato l’erede che tutti noi sognavamo, incrociando senza vergogna le dita. Ha raccolto uno scettro pesantissimo, cullato da secondo per una stagione e ora lo tiene stretto.
Da Djuricic a Schick, o viceversa, un passo lungo 14 mesi, dal primo intervento che ci aveva fatto gridare al “miracolo di Varsavia” (non ce ne voglia Giovanni Paolo II). Quella volta, allo Stadium, non potevamo sapere che eravamo solo all’inizio insieme a lui: un numero uno forte mentalmente, che poi era l’unica vera condizione necessaria per chi sarebbe venuto dopo Buffon. Mio caro Wojciech, grazie. Grazie anche per quell’emozione nel secondo tempo, che ci ricorda che i portieri devono stare in porta.
Ora è il momento di fare la storia. RAZEM. INSIEME.