Cannibali (e non finisce qui)

di Riceviamo e Pubblichiamo |

hannibal lecter cannibali

Avevo 8 anni davanti alla televisione, mentre mi addormentavo guardando la disfatta di Atene. Ne avevo 11, quando chiudemmo lo scudetto in faccia alla Roma anche grazie al Lecce. Abbastanza per provare la delusione e la gioia, ma non abbastanza per capire cosa fosse la Juve e cosa comportasse il tifarla.

Avevo di certo capito in fretta che eravamo in tanti, sparsi come un’allegra carovana di apolidi i quali, non avendo addosso la tara e il tarlo dell’appartenere ad un territorio, hanno sempre incarnato il lato più semplice e meno oscuro del tifo. Eravamo il tifo trasversale e nazional-popolare, non rappresentavamo ceti sociali o orgogli locali, e per questo eravamo e siamo ancora oggi considerati dei tifosi fiacchi, molli, incapaci di emozioni forti e di passioni autentiche.

Ma non era vero. E per scoprirlo ho dovuto vivere un apprendistato emotivo duro, romantico, angosciante, quella lunga traversata nel deserto durata nove anni, in cui il mio amore per la Juve è stato matto e disperatissimo come l’adolescenza che vivevo. Dal 1986 al 1995 quell’istituzione di campioni e successi a cui mi ero accostato deferente da bambino, si rimpicciolì, arretrò, si fece da parte e assistette alle epopee degli altri. Ma io non arretrai di un millimetro. Ricordo ancora la rabbia per gli errori di Pacione; la classe pura di Michelino Laudrup troppo presto spedita verso altri lidi;  il mio attaccarmi con le unghie e con i denti a campioni che campioni non erano, ai 9 gol di Rush, alle giocate da biliardo di Rui Barros, persino a Spillo Altobelli arrivato a intascare la pensione passando per Torino. E intanto ci batteva chiunque. Il Milan sbruffone e fortissimo rastrellava coppe, il Napoli di Maradona faceva baccanali, l’Inter tosta del Trap e dei record ci ricordava cosa eravamo solo qualche anno prima. Ci battevano persino l’Atalanta con Evair o il Lecce con Pasculli. Si racimolavano punti, si spareggiava per andare in Uefa, si rincorrevano (male) le mode del tempo, come il calcio sacchiano o il fascino per i giocatori russi in uscita dalla cortina di ferro.

La Coppa Italia vinta a San Siro la ricordo ancora come una impresa enorme e irripetibile, la Coppa Uefa ad Avellino come fosse la Coppa dei Campioni del Milan col Benfica, Schillaci come fosse Careca, De Agostini come fosse Maldini. Tutto ingigantito, deformato, chi è denutrito non perde tempo a guardare bene quello che sta mangiando, se lo fa bastare.

Poi arrivò Baggio e mi dicevo che se non si vince fa nulla, vuoi mettere godersi gli anni migliori del più grande talento italiano passati in maglia bianconera che ti segna 30 reti a stagione e gioca praticamente da solo?

Poi siamo diventati più forti. Kohler, per me il più grande marcatore juventino mai visto giocare, e la gioia per gli occhi di vedere assieme Moeller, Baggio e Di Canio e Vialli. Eravamo forti, ma non i più forti. Il Milan continuava a piallarci, il secondo posto a distanze siderali era il meglio a cui potessimo ambire. E ci accontentavamo, fosse anche di una emozionante cavalcata in coppa Uefa.

E alla fine di quegli anni, sofferti a mendicare vittoria, credevo ingenuo diciottenne che il bilancio non fosse poi tanto pessimo. Avevo gioito, avevo a volte anche goduto, avevo vinto persino qualche coppa, anche se molto più spesso l’avevo presa ripetutamente in quel posto, guardando vincere gli altri, ma credevo che la vita di un tifoso fosse quella, ovvero accontentarsi di quello che passava il convento.

Mi sbagliavo. Non era questa la Juve, e lo juventino, nazionalpopolare quanto vuoi, non si accontenta. Ci voleva Lippi e la sua primissima Juve affamata, quella del Vialli che sul 2-2 in rimonta alla Fiorentina va a riprendersi il pallone furioso perchè voleva vincerla, la Juve che annichilisce il Parma dimostrando che la Coppa Uefa ci era sfuggita per sfiga più che per demerito, ci voleva la gioia cristallina di uno scudetto arrivato 9 anni dopo, ci voleva una Coppa Campioni vinta per fame mangiandosi gli avversari l’anno dopo, ci voleva la Juve per me più forte di sempre, quella del 96-97, che divorava l’avversario, fosse per consumare antiche rivincite contro il Milan di Sacchi, o fosse per ribadire la propria forza all’Ajax sbriciolato in semifinale, con Zizou che passeggia sornione sugli avversari ubriachi per terra, ed entra in porta con la palla. Ci volevano anche le finali di Champions perse per assurdità o per demerito, perchè ci ricordavano il dolore della sconfitta, e ci voleva anche il biennio ancelottiano, perchè in quei due anni giocammo meravigliosamente con interpreti sontuosi, altro che il Napoli di Sarri, ma alla fine perdemmo due scudetti sul filo di lana e nessuno di noi ricorda quegli anni con rimpianto, perchè quello che volevamo era quello che ci diede Lippi il 5 maggio l’anno dopo, e l’anno dopo ancora, e poi Capello. E poi sappiamo come è andata. Fino ad oggi.

A questi 6 scudetti ci sono arrivato così, ci siamo arrivati tutti così, sapendo già quello che eravamo: nazionalpopolari quanto vogliono, ma dei cazzo di cannibali. Ecco quello che non avevo colto in quei nove anni di digiuno: siamo un popolo di razziatori, di affamati, siamo milioni di Vieri che umiliano Baresi sull’ 1-5 ed esultano col pugno in evidenza. Non siamo mollemente abituati a vincere, non siamo tifosi annoiati e viziati come ci dipingono. Non hanno capito niente. Noi siamo cannibali e forse, sotto sotto, lo sanno anche loro, e ci temono e ci odiano per questo e non si complimentano perchè sanno che cercheremo sempre di vincere qualunque cosa, che non ricambieremo alcuna cortesia, come nella “Guerra di Piero”, e tenteremo sempre di razziare come barbari i territori su cui passiamo senza lasciare indietro manco le ossa per il brodo. Noi non ci accontentiamo di quello che ci lasciano gli avversari, a differenza di romanisti e napoletani, e in quel senso la Juve del 86-95 mi ha insegnato una lezione importante: quello che non siamo.

Per questo i 6 scudetti consecutivi non ci lasciano la pancia piena, non ci fanno sedere a godere satolli di fronte a questa oggettiva indigestione. No, ci lasciano ancora affamati. E i patetici mancati complimenti delle altre squadre ci danno solo nuove motivazioni e nuova forza per continuare a fare quello che sappiamo fare meglio: non rubare, come dicono gli altri. Ma (sportivamente, of course) depredare e cannibalizzare l’avversario. Che è molto diverso. Ma bisogna esserci vissuti, con questa maglia, per capirne la differenza.

di @minima_moralia