Cancellare i pregiudizi

di Davide Terruzzi |

Miracolato da Ibra. Allegri, per diverso tempo, è stato considerato un beneficiario delle virtù taumaturgiche del buon Zlatan grazie al quale vinse, dicono, un campionato. Aziendalista, perché accettava le decisioni della società senza protestare. Incapace di gestire un gruppo imponendo regole severe, troppo rilassato e gaudente anche nella concezione del calcio. Ibra che vorrebbe prenderlo a pugni dopo la sfida con l’Arsenal, Gattuso che parla di uno spogliatoio in cui è entrato il germe dell’anarchia. Re delle partenze lente, degli infortuni seriali, raggiunge la Champions grazie ai rigori di Balotelli, fa giocare male le sue squadre. Quando Allegri arriva sulla panchina della Juventus la percezione generale, farcita da tutti questi pregiudizi che non fanno vedere la realtà dei fatti, è questa: arriva un allenatore esonerato dal Milan, uno scarso, non un sergente. In due anni ha smontato quasi tutte le accuse. Da subito si è dimostrato un uomo intelligente e furbo: ha saputo convivere con l’eredità ingombrante di Antonio Conte, una figura amata dai tifosi e con una presa straordinaria sul gruppo. Non si è comportato come fece Benitez con Mourinho, non ha fatto cancellare foto: è arrivato a Torino per vincere, tutto il contorno non gli interessava. Si è imposto nel tempo. Ha usato il 352 del triennio precedente come base di partenza: le marcature dei difensori diventano più aggressive, le due punte non giocano più in linea, gli schemi abbandonati. Allegri è un allenatore che lavora su un canovaccio, preferisce il jazz alla sinfonia di una orchestra: lascia libertà, i protagonisti sono i giocatori che devono migliorare nell’esecuzione tecnica e nella interpretazione dei diversi momenti della gara. Il primo anno la squadra acquisisce maggiore tranquillità, consapevolezza e fiducia dei propri mezzi: non è più una Juventus furiosa, sa essere anche sorniona, lenta ma capace di accelerazioni rock. Comunicativamente non sbaglia una mossa aiutato dal suo spirito livornese. Al momento giusto arriva la svolta, prevista da inizio stagione, del 4312. Il primo anno è trionfale, ma le accuse restano: ha sfruttato il lavoro di Conte, è stato fortunato in Champions.

La seconda stagione è completamente diversa. La squadra rinnovata. Torna la partenza lenta, lentissima. Tornano gli infortuni. Avevano ragione i suoi critici? No, quello che succede è un qualcosa che non è stato ancora esaltato nella giusta maniera. Nel momento più acuto della crisi, Allegri non perde la lucidità, non si fa prendere dal panico. Aiutato certo dai senatori del gruppo, arriva a dove voleva: Allegri è un allenatore italiano, conosce il calcio, non s’inventa niente di particolare. Non si fissa sui moduli, completa i giocatori, li aiuta nella comprensione del gioco. Sono loro i protagonisti, non lui. Lavora nel tempo e col tempo ottiene i risultati: la sua seconda Juventus è una squadra solida nel suo 352, migliorata nel possesso palla, capace di cogliere i diversi momenti della partita, è furba e intelligente. E’ una Juventus tranquilla, esaltante nella sua normalità: alza i ritmi quando deve, sa quando deve giocare al massimo delle proprie possibilità (come col Bayern). I limiti d’inizio stagione (la mancata circolazione interna, una manovra periferica, una difficoltà a trovare equilibrio nelle transizioni difensive) vengono cancellati nei mesi. Più che il giudizio dei tifosi, conta quello della società: la Juventus stima, e si tiene stretto, Allegri perché è un allenatore completo, preparato tatticamente e tecnicamente, gestore del gruppo, buon psicologo, integrato dentro la società. E i pregiudizi si cancellano avendo a disposizione Buffon, Bonucci, Pogba, Dybala: altro che inventarsi qualcosa con Birsa e Constant… Per il prossimo anno, però, niente partenza lenta e meno infortuni: meglio andare sul sicuro.