A CALDO / Siviglia-Juve 1-3: non è la Copa America, lasciamoli fare

di Luca Momblano |

Andiamo sotto su una onesta e precisa grattugiata di Pareja, siamo per lunghi tratti solo la verve di Cuadrado, poi due ingenuità che sono sotto gli occhi di tutti travolgono la partita e il contesto, ci riconsegnano Marchisio e ci certificano il calcio di Massimiliano Allegri (tra Trap, Ancelotti e il Dalai Lama) in attesa del fatidico marzo.
Il cuore della ripresa è una litania, noi che guardiamo l’autodistruzione di chi non può trasformare un campo di provincia spagnolo nell’Estadio Nacional de Chile, allungando di tanto in tanto la mano per capire che roba è, per una sera, questa strana creatura che dicono chiamarsi Siviglia.
Fanno molto, non tutto, loro.

C’è Bonucci, che sa solo fare cose epiche, come un Bud Spencer a cui bastano uno sguardo sprezzante e un cazzottone ben assestato.
E c’è Kean che s’è gasato ammirando Bonucci ingobbirsi come Higuain contro il Napoli, stesso parziale, solo un po’ più lontano perché sennò non sarebbe Bonucci e quindi non sarebbe epico, tenendo basso il sinistro. Kean. E’ grosso e ambizioso, Kean. Pure veloce. Esulta come un bambino, per primo, cercando la corsa al primo abbraccio, quando il truce Mario dichiara chiusa la contesa. Seconda palla utile per lui, nove gol in un mese e mezzo, gente strana gli slavi.
Quasi strana come Allegri, un tipo al quale i livori della Copa America farebbero un baffo mentre Conte ci lascerebbe la vita.
Due modi diversi di essere torinesi, chi dentro e chi fuori. Chi con la camicia, chi con la canottiera. Chi in collina, chi a Porta Palazzo. Chi non ti strappa mai una lacrima, chi non ti strappa mai un sorriso.

Certo, se Sturaro può giocare un quarto degli Europei davanti alla difesa, di posizione, non si capisce poi perché non possa fare cose decisamente più semplici. A dimostrazione che il calcio non sono i muscoli, sono i compiti, a questo punto da rendere chiari anche a Pjanic e chi inizierà un giorno a correre anche per lui. Mire al 24′ non ne aveva già più (altro che confronti statistici con Pogba, uccidiamolo e facciamo prima), andate a recuperarvi le immagini. Da quel minuto in avanti, improvvisamente, appare Alex Sandro e nel bene o nel male resterà vivido fino alla fine.
Succedono cose strane sulle nostre catene di gioco. Solo Dani Alves, un Camoranesi prima maniera che gioca 25 metri più indietro, può un giorno svelarci il codice segreto. Quello di questa roba qui, che si chiama Champions League (prima italiana a vincere in Spagna grazie all’ipnosi) e che senza più l’arbitro da infinocchiare con il “metodo corrida” chiede solo di catturare i momenti.
Dagli ottavi in avanti saranno solo Polaroid, tecnologia analogica, chi ne azzecca di più va a Cardiff. Che, appunto, non è né in Bolivia né in Uruguay.
E’ l’Europa, bellezza.
E purtroppo chi bazzica la Juve lo sa molto ma molto bene.