A CALDO / Palermo-Juve 0-1: "Mister, c'è una luce e noi dobbiamo trovarla!"

di Luca Momblano |

E’ andata diversamente nel risultato, là era Champions e fu sconfitta anche se non eliminazione, qui è vittoria fondamentale (“a tutti i costi con i tre punti” cit.) con traghetto Ancona-Spalato (poi furgoncino fino a Zagabria). In principio, come penso positivo, era un dopogara di Arsenal-Milan. Già, perché la Juve degli alti e bassi, del Sassuolo e dell’Inter, del Cagliari e di Palermo, viaggia sul mare accettandone l’imprevedibilità. Una squadra ancora passiva nella sua espressione, forte ma impantanata, ancora arenata sul l’indefinito ma in parte redditizio concetto dell’attacchiamo tutti e difendiamo tutti.

Poi, alcune volte, si vince anche al contrario. Mettendo i due esterni più intraprendenti insieme a due finalizzatori senza riuscire a piazzare un cross o prendere in infilata il sacrosanto lato corto. Oppure chiedendo a Higuain di predisporsi all’ingombranza di Mandzukic, poi di fare il Morata di quando Morata sbuffava da quinto di sinistra. Certo, la scelta è stata quella di soffrire insieme, quando già soffriva Pjanic e poi spariva in tutti i sensi Asamoah. L’unica vera buona notizia oltre ai 15 punti in 6 partite. Il riferimento è al senso di unità, importante almeno quello dopo una settimana di parole tetre e pasticci, bollori in ritiro e occhi a cuoricino di metà settimana.

Troppe cose tutte insieme per cercare di dedurne qualcosa di più. Alves in campo è la pallina matta di quando eravamo piccoli, eppure gli viene chiesto di dare un senso alla dinamica di squadra. A oggi è una delega che sa di improvvisazione. Perché non possiamo dimenticarci di avere un cuore (il centrocampo da sistemare a colpi di mazza ferrata, fino a che abbia capo, coda e sinergia), perché a sinistra abbiamo un essere umano, perché la difesa perfetta, lo sapete, non esiste.

Morale: siamo felici e disconnessi, ansiosi di avere un tredici ideale con cui abbracciare di volta in volta tutti gli altri. Dobbiamo sapere, o convincerci, che Allegri stia lavorando per arrivarci. Sa benissimo che ne sarà costretto. E sa benissimo che i malus sono quelli dell’anno scorso e non queste robe qui. Le traiettorie sono però in parte nuove. La rotta per Zagabria sarà illuminata da una piccola grande luce, sette lettere, v-i-n-c-e-r-e. Che aiuta a v-i-n-c-e-r-e. Un risultato solo, ripete Allegri che ha cambiato registro comunicativo (in linea con il club). I modi possono essere i più diversi. Certo che anche il modo, per ciò che vorremmo essere, aiuterebbe il modo stesso. E invece Lazio, Inter e Palermo sono la stessa unica partita. Vinta per due terzi (due terzi più due terzi, direbbe il saggio che pensa al gol di Lichtsteiner). Vinta per la nuova paladina di Allegri, la Porta Inviolata. E qui aggiungo: la priorità è sempre dietro, se serve a trasformarsi in avanti. In mezzo, invece, il cacciavite gira ancora a vuoto. Allegri in questo tocca e ritocca si è sempre storicamente dimostrato un buon meccanico. Siamo in garage. Abbiamo una torcia, è ancora carica, e ci deve necessariamente in direzione del sole