A CALDO Lazio-Juve 0-1: pensaci Marotta, non puoi comprare un'emozione

di Luca Momblano |

In questi casi è sempre meglio partire dalla fine. Che non è il risultato in sé, ma quel modo di essere ancora Juventus vecchia (dolce) maniera. Speculativa, velenosa, anche sgraziata senza diventare disgraziata al primo (e unico) tiro, saccente, passista, persino sballottata, ossea, chirurgica. Mai come questa volta: tedesca. Barzagli fa Buchwald, Lemina fa Berthold, Khedira fa Khedira. Tutti campioni del mondo, ma solo uno che supera i luoghi comuni. Un po’ Sami stavolta fa anche il Gerd Muller, ma resta sempre Sami. Un trattore che lascia l’estetica alle faccende private.

 

Fatta la dovuta premessa, la Lazio fa due cose in tutto. Una scontata e poco stimolante (la difesa a tre) e l’altra ingegnosa perché concomitante alla prima (tridente con rientri non scontati). Il copione rende l’idea di cosa abbia incastrato la Juve nel primo tempo: zero circolazione difensiva, quella che Bonucci riesce a offrire anche in casi analoghi grazie ad alcune carezze tecniche in situazione di pressione uno contro uno. Con un fattore aggiuntivo che poi resta una costante della gara: non portare mai sul lato corto le nostre corsie, ovvero nel migliore dei casi impattare i rispettivi duelli.

 

Si era parlato di possibile centrocampo svuotato da parte dei biancocelesti. Così, perché Inzaghi evidentemente è meno fesso di quanto lo facciano, la Lazio mette due paletti (Biglia e Parolo) e i nostri invece che cercare di fargli passare la voglia fanno quel che gli si chiede: andare, andare, andare. Sfidare la fisica e la natura. Intasare in fascia con gli intermedi per arrivare al traversone sul lato debole, anche dalla trequarti (gol di Khedira la scorsa settimana, bastonata piatta di un Mandzukic mai così impreciso e fuori dalla partita: dieci palloni per lui nel primo tempo, sei appoggi, cinque errori, perché magari non è giornata o magari le tue truppe maramaldeggiano in trincea).

 

E poi si è vinto. Allegri non ha mutato il sistema, sfrutta un’imbucata “bucata”, ammicca alla squadra, fa di necessità virtù. Ammazza il caldo. Un’avversaria che ha dato tutto senza andare fuori giri (no, non era la Roma). E poi qualcosa accadrà. Anche Lemina sopravviverà. Sette lettere si possono comprare. Un’emozione, quando è fatidica e solitaria, no. Marotta, che nel 1973 aveva già sedici anni, è probabile che lo sappia.