A CALDO / Juve-Cagliari 4-0: festa nazionale del bullismo (se stiamo vicini a Gonzalo Higuain)

di Luca Momblano |

Tutti male, tutti bene. Troppo semplicistico così. Rugani, Higuain, Dani Alves, diciamo Lemina. Tutti freschi, tutti a segno. Troppo beffardo così (per chi ci è rimasto ancora sotto per quel San Siro disonorato o peggio ancora per chi adesso teme che davvero si sia fatto da medicina per l’Inter). O tutti o nessuno e qualche volta, in genere nelle occasioni che davvero contano, per merito individuale o per colpa di uno solo. Troppo spiccio, il giornalismo. Troppo di pancia, il mestiere di tifoso. Questo è il momento della vittoria della ragion pura su ogni nuova sentenza, è il momento di quelli che passano per paraculo. Ma stiamo sulla partita.

Cosa si è visto?
La voglia di aggredire compatti, di mordere la linea media di gioco, di non sedersi sul fatto che la dorsale fosse composta da calciatori non ideali, forse neppure appropriati se si pensa alle prossime grandi sfide da non mancare (Lione può essere un buon esempio), quindi su Barzagli e Hernanes. Sono stati forse loro ad offrirci il saggio volto di questa Juve Pro Evolution di cui tutti parlavano in estate, fuori e dentro i confini nazionali? Hanno contribuito, ma il merito è altrove. In primis di Allegri, che ha pagato parte dei debiti, capace di tener botta sulle strane e viziose voglie di chi vuol cambiare fidanzata, letto e indice di libidine nel giro di due notti. Tener botta sul sistema, perché se non sei in choking conclamato non si stupra la storia di una vita, il carattere di un gruppo di uomini, la psiche di chi sa come si fa, dopo una brutta sconfitta. Ci sono momenti e momenti.

Il Cagliari era il San Mauro del giovedì, solo che questa volta invece di perorare una maldestra e inopportuna esercitazione squisitamente difensiva (sì, quella partita là l’ho vissuta così) s’è voluto giocare a tutto campo, sfidare anche il destino di una delle formazioni più logiche possibile, viatico di avvicinamento a ciò che sarà. Sarà stato bravo Allegri a far capire che tenendo nel mirino l’atteggiamento, perché quella era la controprova, non si sarebbe giocato con il patema del risultato. Quello, spesso e volentieri, viene da solo.

Testa sul collo, scontri fisici da tornare a vincere, voglia anche di divertirsi. Perché certi giocatori chiave sono fatti così, come Dybala che smista che manco il riso a un matrimonio, da sinistra a destra, da destra a sinistra, lontano dall’angoscia della rete, freddo e forse triste, lucido e forse poco bello, perché l’unico giudice sarà il tempo. Il tempo di Paulo è quello delle partite vere (Zagabria può essere un buon esempio). O come Lemina, bullo con i più deboli, situazione in cui si può esaltare anche da box-to-box quale ancora non aspira a essere. Per non dire di Dani Alves. Ecco, il brasiliano si commenta da solo. Allegri studia sovraccarico a destra per mandarlo dentro, là dove avrebbe sempre desiderato essere, per non sentirsi terzino e basta, comprimario, carne stracotta.

Bravi tutti, felice nessuno. Se la Juve è la Juve, si pensa alle tre trasferte consecutive, a uno spaccato lungo otto giorni in cui ci si allenerà poco per il comune pensare italiano. Lo abbiamo fatto prima. Lo abbiamo fatto bene questa volta. Con pochi inghippi e una voglia matta di ristabilire l’ordine delle cose in fretta. Che non è un ordine precostituito. Non siamo il Real. Non siamo tautologicamente superiori. Lo siamo se messi bene, se espressi bene e se stiamo vicini vicini a quel signore chiamato Gonzalo Higuain. Vicini vicini vicini. Rifornendolo e abbracciandolo. Sul campo.