A CALDO – Italia-Germania, applausi e rimpianti

di Claudio Pellecchia |

Tesa, nervosa, spigolosa, equilibrata, a tratti agonica, perfino drammatica. Non fosse così non sarebbe Italia-Germania. Nel segno della tradizione. Ma le tradizioni, si sa, sono fatte per essere interrotte: e, al nono tentativo (nelle precedenti otto, tra Europei e Mondiali, 4 pareggi e 4 sconfitte) i tedeschi spezzano la maledizione tricolore, seppur ai calci di rigore. Ai ragazzi di Conte, abile come al solito nel preparare la partita (con l’unica pecca, forse, di aver ritardato il cambio di uno tra Eder e Pellé che avevano dato tutto), vanno tanti applausi all’amaro retrogusto di rimpianto, con la sensazione che qualcosina in più si potesse osare.

Perché se da un lato si sapeva che, soprattutto dal punto di vista fisico, la Germania fosse solo lontana parente di quella che ci spazzò via in marzo, dall’altro il fatto che Low si schieri dall’inizio quasi a specchio (un 3-4-3 ‘spurio’ con Muller alla ricerca dello spazio ideale tra le linee) dimostra come il ct tedesco non intenda commettere gli stessi errori di Wilmots e Del Bosque. Ne vien fuori una di quelle partite a scacchi che tanto piacciono ai puristi della tattica ma che tanto male fanno a chi guarda da spettatore neutrale. L’equilibrio è evidente eppur sottile, tant’è che basta una mancata lettura di un taglio dal lato debole (Sturaro e Giaccherini su Ozil) per sbloccarla. Gigi ci tiene in partita con una parata inspiegabile, quasi quanto la smanacciata di Boateng che permette a Bonucci (sbaglierà poi in seguito, ma bisogna avere due palle d’acciaio per presentarsi – due volte – davanti a uno dei portieri più forti del mondo) di rimetterla in piedi dal dischetto.

Poi, il nulla o quasi. Come se tutto dovesse concentrarsi in quel quarto d’ora tra il 65′ e l’ 80′ e nell’attesa, snervante, dell’epilogo più ingiusto e crudele. Il primo cambio nostro arriva all’86’ (Darmian per un Florenzi con i crampi), il secondo al terzo del secondo supplementare (Insigne per Eder con problemi all’inguine), il terzo a gara finita, con Conte che si è giocato all’ultimo la carta del rigorista Zaza. Il quale imiterà malamente quanto fatto da Messi nella finale di Copa America. Ma i rigori, si sa, sono una lotteria e prendersela con Simone o con Pellè o con Darmian sarebbe solo un inutile esercizio di stile.

Resta l’immagine di una squadra che ha lottato contro i propri limiti e lo scetticismo generale, un commissario tecnico che ha dimostrato come gli allenatori, alla lunga, possano risultare più utili dei selezionatori anche in manifestazioni così, un movimento calcistico che, d’ora in poi, deve smetterla di dormire sugli allori e tornare a produrre le eccellenze di cui era capace fino a una decina d’anni fa. Con strutture, investimenti, lavoro serio sui vivai (e non attraverso la pezza delle rose contingentate e dei giocatori club trained). E dando tutto il sostegno necessario a Giampiero Ventura che, da domani, sarà chiamato alla non semplice qualificazione ai mondiali di Russia. A lui, come ai ragazzi che verranno selezionati, un grande “in bocca al lupo”.

Ai 23 di Francia, invece, applausi e ringraziamenti sentiti. Anche se con quel pizzico di rimpianto che, in serate così, fa male un pò di più.