A CALDO / Genoa-Juve 3-1: E dove siamo? All'Ufficio Brevetti?

di Luca Momblano |

E’ la Juventus concepita in estate quella che ha perso (male) contro il Genoa a Marassi?
No.
Non c’erano Higuain al centro dell’attacco, Dybala al suo fianco, Alves o Cuadrado o entrambi sulla corsia di destra, Pjanic nel cuore del gioco, magari in asse verticale con l’equalizzatore della squadra Marchisio, che resta unico nel suo genere perché capace di modulare il tipo di partita (di corsa, filtro, gestione del ritmo, contrasto, gamba, senso tattico). Non c’era la BBC, per quanto il risultato nasca da un’elongazione dell’unico superstite. Il resto, la si metta come si vuole, è puro contorno se il chiodo fisso è quello di non potersi permettere di regalare due partite su diciannove. Praticamente una su dieci. Che non è il risultato, è proprio la partita ciò di cui si questiona. Delle collocazioni, con il solo Dybala (più Barzagli) fuori dal conto di questa sconfitta. Degli ingranaggi, mentre la sensazione è che si lavori alla spasmodica ricerca della meccanica. Andiamo per ordine e andremo lontano. Una volta tutti assieme i tre mancini di sinistra, un’altra tutti i laterali destri. E dove siamo? All’Ufficio Brevetti?

Fermi tutti, però. Perché siamo tutti un po’ colpevoli.
Le squadre perfette non esistono, tantomeno in un calcio come quello italiano, ancora aggrappato a logiche classiche, che non ama palpitazioni e senso dell’intrattenimento. La Juve ne è dentro, ne è parte, eppure contro il Genoa parte con nove stranieri e in meno di mezz’ora è 3-0 per gli altri. Non che sia questa la causa. Ma, volendo, rifettiamoci. Allegri ama giocare con le dita vicine alla presa della luce, forse era nell’aria, e già solo che non si pareggi in campionato da un secolo è un altro fatto che tiene questa Juventus su un piano anomalo. Il mister dà l’impressione di essere scaltro, creativo, fortunato, permaloso e a tratti artistico, troppo poco convenzionale.

E’ dunque una Juventus figlia dello spogliatoio quella che ha perso (male) a Marassi?
Sì.
Questa volta più di altre.
In campo tutti i lamentosi (per carità, ognuno ha il suo carattere) contemporaneamente fatta eccezione per Evra che intanto la sua Champions se l’è giocata.
Più Hernanes che, l’avrete inteso, non fa parte di questa categoria.

Sembra facile, la difesa a tre.
Sembra facile perché si era spinta fino a sopportare un vertice basso come Pirlo.
Tutto sembra, con il brasiliano al centro di tutto. Nessun capro espiatorio, ma rinunciare ai compiti di una dorsale rende questa squadra ogni volta un indecifrabile invertebrato.
E poi la la difesa a tre va allenata e assortita. Non si fa da sola.
Infatti, molto meglio a quattro, anche con l’inedito Rugani-Benatia (per gli amanti dei giochini sulle coppie ideali), perché improvvisamente finiscono al posto giusto Dani Alves, quarto basso sfigato poi anche lui, e perfino il faccio-tutto-io Alex Sandro che non deve galleggiare in zona Pjanic o far conto su qualcosa che, defilato, il bosniaco non ha (in nessuna delle due fasi). Proprio l’ex romanista, protetto e in trequarti, finisce per apparire vivo e non totalmente carbonizzato dal flipper rossoblu.

Di Higuain che deve correre come un ossesso per prendersi mezzo centimetro in area di rigore ne riparliamo dopo l’Atalanta. Ci sono sette giorni per rimettere in ordine il laboratorio. Un bel gioco dura poco. Mandzukic, che non è un titolare, è uno dei pochi ad averlo capito. E non basta, proprio perché non si tratta di essere presunti pupilli di Allegri o Momblano. La differenza sta nei modi, non nel voto in pagella. Il giorno in cui il croato (e lo farà) dovesse davvero adeguarsi è perché, appunto, saremo definitivamente quella Juventus là, quella concepita in estate e immersa nelle umidità di Vinovo. Immaginatela. Senza pensare sempre e solo a Paulo Dybala, a quel vuoto, anche se vi capisco nel profondo.