A CALDO / Dinamo Zagabria 0-4: a furia di dire che vogliamo vincere la Champions…

di Luca Momblano |

Tutto molto anni ’90 nel cuore della Jugoslavia, tranne appunto il gioco degli slavi. Cioè zero pressing è fattore forse congenito, difendere quadrati è solo per la derivazione tedesca della regione croata, il resto è resa incondizionata.
Non uno stralcio delle componenti di sregolatezza di una scuola che sa vendere all’estero costringendosi alle elementari.

E allora la Juventus cosa fa? Torna indietro di un ventennio, Sacchi in Italia era comunque già passato (off topic: cosa ne avrebbe fatto lui di Cuadrado e Pjaca?) e a maramaldeggiare c’era la convinzione atavica di Marcello Lippi, tecnico che teneva in mano il bastone della serafica superiorità, uno che non si tirava indietro anche nelle rare volte in cui tirava indietro.
Cosa succedeva esattamente? Che gli avversari entravano in campo già con i capelli dritti, soprattutto quelli considerati già sulla carta inferiori, è tutto il resto di solito accadeva da sé.
Qualcosa di molto simile ha abbracciato la prestazione sul velluto della seconda del girone, partita che mette Lione al centro del villaggio. In pratica due risultati su tre per dirigersi là dove ci si sente di diritto, e quindi con il rischio di sbagliarla che può essere sventato proprio dal mantra internazionale per cui “questa Juve è tra le quattro favorite per la Champions”.
Eccolo, sotto forma di effetto benefico. Con una postilla aggiuntiva non proprio di poco conto: quella Juve là aveva lo stesso genere di comunicazione, per quel che conta, mentre conta ancora di più il peso che gravava sui nostri. Cioè il giusto. Figlio della consapevolezza. Dimostrazione ne sono state le esultanze di Pjanic e Higuain. A questo ci servono, calati nella parte mettendoci del loro. A farci sentire leggeri, forti e tehnihamente adeguati alle richieste dell’allenatore.
Dei moduli, dei massimi sistemi, delle progressioni di gioco e della gamba che è ancora quella di settembre non è il caso di discutere. Alex Sandro avrebbe fatto quanto Evra, Lemina quanto Hernanes, era proprio una partita così. Portata a termine correndo sulla scopa con la testa di cavallo di peluche tra le gambe.
Perché a forza di dire che vogliamo vincere la Champions, succede che alla fine i primi a crederci devono essere per primi gli altri.
È la più grande conquista dei due anni precedenti, credetemi.