A CALDO / Chievo-Juve 1-2: la differenza tra i Pellissier di oggi e i Pellissier di una volta

di Luca Momblano |

Contro il Chievo vale tanto quanto contro il Napoli.

Una la risolve una zampata di Higuain come da copione estivo, l’altra una punizione di Pjanic così come da copione estivo. Eppure lo si è imparato: nel calcio non vincono le figurine, non vincono le somme algebriche (anche perché non esiste squadra al mondo, o forse solo il Real Madrid di alcune epoche, che non possa contare in una sessione anche i segni meno), non vincono i freddi racconti.

Se ha ragione Allegri, che quando ha qualche sassolino nelle scarpe si lancia in metafore a go-go, questa Juve di nuova generazione è una tela in corso d’opera. Lui è il pittore, e almeno in questo non si tira indietro. Ne risponde a chi di dovere se focalizza tutto sul Lione e poi è andata com’è andata, ne risponde a se stesso se quando meno servirebbe (all’apparenza) passa alla difesa a quattro per due partite consecutive. Entrambe, proprio dopo la pesantissima vittoria contro il Napoli.

Vince la seconda, la partita che nessuno in calendario conta perché “tanto è il Chievo“. La bella normalità è il pane della Juve, la classifica che ne segue, sgranata e per qualcuno già segnata, è lo specchio. La bella normalità è questo Mandzukic, scaricato (da voi) e caricato (dalle difficoltà e dalle responsabilità). Ma, sinceramente, su Mario era facile prevedere sarebbe andata così. Arriva il suo secondo centro stagionale, ma ci si ricorderà di Pjanic.

E’ la sottile differenza tra l’attaccante operaio, amato solo da chi a calcio ci ha giocato, utile per quello che dà e quello che fa astratto da un semplicistico discorso di undici uomini, e il centrocampista con il piedino, che non si scalda e ti scalda mai abbastanza, l’uomo deputato a arrivare a avere uomini in campo che lavorino per lui. Uno status al quale Pjanic oggettivamente aspira, perché è la sua esatta indole.
Diciamolo un’ultima volta: Miralem è un ottimo calciatore acquistato con la progettualità di farne (abbastanza presto) un top player. L’esito starà alle persone, incluso ovviamente egli stesso, e contestualmente agli accadimenti. Perché ci sono gol e momenti che cambiano, traslandole su livelli ancora superiori, le carriere dei calciatori. E salto probabilmente mentale.

Qualcuno ce l’ha fatta (vedi Zidane e Nedved, i gol a cui mi riferisco li sapete comodamente ripescare da soli) e chi no (vedi Diego, Zavarov, lo stesso Moeller se vogliamo, e tutti per motivi in fondo diversi). La Juve non perdona, perché guarda sempre al succo delle questioni. Se n’è accorto anche il Chievo, una delle poche realtà che non contiene pezzi d’incoscienza in squadra.

Contro i Pellissier oggi, a differenza di una volta, vinceremo sempre. Per tutto il resto, di quel pittore che vuol essere Allegri, ci serviranno anche e soprattutto i momenti di lucida follia. A questo punto vogliamo tutto di lui, soprattutto in un anno così, dove sembra tutto fuorché spensierato. Visto che c’è ossessione da Champions, che almeno sia da ricovero. Dentro il cuore della Serie A siamo ormai spietati, nel cuore non battono più emozioni, salvo per gli juventini di Roma che una volta o l’altra avranno ragione. Beati loro.