Calcio Parziale e Calcio Reale

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Cesare Cremonini, pensatore centese vissuto tra il 16° e il 17° secolo che, dunque, a occhio e croce non vinse dischi d’oro con i Lunapop, ne scrisse una che sarebbe rimasta: Intus, ut libet; foris, ut moris. Tradotta in volgare stilnovistico: dentro di te, pensa quello che ti pare ma, quando parli pubblicamente, dìci ciò che le convenzioni e la morale comune preferiscono che tu dica. Filosofo aristotelico e amico intimo di Galileo, Cremonini predicò bene e razzolò maluccio: incazzoso e lingualunga, se la prese con i Gesuiti e sfiorò due volte la condanna dell’Inquisizione. In virtù della quale gli avrebbero arrostito le chiappe e senza cipolline dolci.

Il calcio italiano tutt’oggi è questa roba qui. Settanta, cinquanta anni fa il problema era risolto in partenza. Il calciatore-tipo era un sottratto al vomere che difficilmente aveva la terza media e che, se intervistato, ricordava i fratelli del ciclismo: forza, dica una cosa per la stampa: “Mama, sono contento di essere arrivato uno”. Poi è arrivata qualche licenza media, persino qualche diploma, qualche lettura, la comunicazione ha quasi cominciato a indossare la maiuscola ed è diventato importante (foris, ut moris), per i burattinai e per i burattini, mettere sentinelle alle parole. Non si sa mai, anzi si sa: perché rischiare. Rischiare cosa? Qualsiasi cosa: commenti, interpretazioni, reazioni, polemiche, contromosse, rischiare anche ciò che non si rischierebbe. Nasceva qui il villaggio del Calcio Parziale: strategico, organizzato, infantilmente gergale, operativo e popoloso più che mai. Il web, i social, da questo punto di vista sono pura tecnologia: strumenti nuovi, concetti no. I tweet dei calciatori sono inchiostro più o meno simpatico.

E’ il paesone pallonaro della banalità a stampatello, se ci pensate, che va in onda nel pre e post partita e durante l’intera settimana. Siamo carichi, vogliamo riscattarci, faremo bene, siamo stati sfortunati, ogni gara ha una storia a sé, decide il mister. Okay, ma perché avete perso, c’era un problema sulla fascia sinistra che…Ma no, non parliamo di singoli, né di tattica, pensiamo alla prossima, rispetto sì paura no, siamo compatti, ci alleniamo bene, un grazie ai tifosi. Per esperienza diretta, posso dire che negli anni Ottanta era pure peggio, o sotto altra forma: se un giornalista tentava un’analisi tecnico-tattica con un allenatore, o si beccava una cazziata (Scoglio, Veneranda, Fascetti, Mazzone) o veniva dribblato con la vaselina (Liedholm, Clagluna, Renna). Faceva eccezione Sonetti, e l’avrebbe fatta Malesani. Quanto ai giocatori, il primo Vialli era uno showman, ma era ‘colpa’ dell’età; ché dai 25 in su sarebbe diventato più o meno suo nonno, interviste alla mano: rispetto sì paura no, faremo bene, vogliamo riscattarci, pensiamo alla prossima (poi ghignava alla telecamera). Neanche totalmente falso, ecco perché parziale: un calciatore non ha il dovere di essere Dante. Se poi sei juventino, ma qui occorrerebbe un tomo, molto peggio. Il celebre “questo è terrorismo giornalistico” di Bettega, 40 anni fa alla Domenica Sportiva, portò a Bobby una serie di successive conseguenze di cui dovrebbe essere lui a parlarvi.

Molto più recentemente qualcuno riuscì a proporre il Daspo per Marchisio, che aveva dichiarato la sua “antipatia” agonistica nei confronti del Napoli. Apriti cielo. La questione complessiva è tanto, troppo più articolata.

Poi però spunta un salotto come quello di Massimo Zampini, che è stato ed è una delle pochissime cose da conservare di questo periodo di merda, e capisci che non hai capito niente, o meglio, che hai dimenticato tutto se un po’ di rimbalzi tosti li avevi vissuti mai. Perché ti spalanca non una finestra, ma un paio di balconi sul villaggio, finalmente, del Calcio Reale: quello che puzza di sudore e tracima di tensione, che tatua la partita e incide la tacca, che fa fuori i molli e si lavora i belli, che nasce dopo le docce e cresce dentro le risse. Ascolti Montero che ti dice: “Se hai fortuna, il centravanti è uno che se la fa sotto e così dopo dieci minuti la partita è finita: basta una stecca”.

Ascolti Iuliano che ti spiega: “Se picchiavano Zidane o Alex, allora andavamo dall’arbitro e gli dicevamo: ora una devi concederla anche a noi, e una buona”. Ascolti Ferrara che ti rivela come prese una bambola da Di Michele, e Cabrini quante ne prese da Chierico.

Ascolti i retroscena di Moggi sui pugni in allenamento, sulle finte indisposizioni date in pasto al Calcio Parziale, su inganni sconcertanti (a Nedved) funzionali a carriere gloriose, e contratti, trattative, notti, fughe, ubriachezze, ribellioni, purezze, dubbi, errori, fedeltà. Se hai voglia di conservarne memoria, torni a guardare il prossimo rimbalzo con occhi meno foderati e in fondo lo fai anche sulle puttanate di te stesso, per ogni volta in cui ti autoconvinci che saresti meglio di Lippi, che Allegri era un mestierante, che non ci vuol nulla a far meglio di Paratici, che la tale esclusione è assurda e la talaltra cessione da idioti. Ti interroghi cioè con più elementi sulle cause possibili, sulle decisioni eventuali, sulla storia verde di prato che ti si dipana davanti: sul calcio vero, quello che ha il suo vero odore addosso e non una cartavelina intorno.

In ‘Il giudice e il suo boia Durrenmatt fa dire al  deuteragonista:

“E’ sempre affascinante imbattersi in un concetto trasformato in realtà”.

A patto, ammettiamolo, di aver voglia di farcene qualcosa.

di Marco Tarantino


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