Calcio e Juventus, due emozioni che mancano da morire

di Silvia Sanmory |

Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”.
(Albert Camus)

Autunno 1918.

Stati Uniti d’America.

Il presidente Wilson ha un’intuizione, il calcio come metodo per risollevare l’umore della Nazione, dilaniata dalla guerra e dall’influenza Spagnola (50 milioni di morti nel mondo); intuizione che si concretizza organizzando un campionato sui generis, con le squadre dei college pronte a scendere in campo per sfidare le squadre delle basi militari.

Quella più blasonata, l’unica che riesce a disputare le sette partite della stagione, è la Georgia Tech, capitanata dal leggendario John Heisman, noto coach del football e del basket statunitense. Ed è inerente ad una partita giocata dalla squadra, la fotografia che in questi giorni ha fatto il giro del Web, datata novembre 1918, ripescata da un giornalista sportivo di Atlanta.

Ritrae  un gruppo di tifosi che assiste al match indossando le mascherine, durante le settimane nelle quali la famigerata Spagnola aveva raggiunto il suo picco di diffusione.

È passato un secolo da quell’immagine scolorita dal tempo, ma inevitabilmente ha ritrovato tutta la sua forza dirompente per la similitudine con la situazione che stiamo vivendo; certo, rispetto al passato, oggi il calcio è soprattutto un’industria da affari miliardari, che non può permettersi arresti, pena crollo dei bilanci ecc. ecc. ma non ha perso, almeno per me e penso per la stragrande maggioranza dei tifosi, la sua connotazione immaginifica, la sua capacità di accendere la fantasia, ripennellando la realtà del quotidiano, di farci sentire liberi rincorrendo insieme ai calciatori la palla che rotola…

Ho pensato al calcio che ci salva dall’oblio, che ci aiuta a raggiungere, anche se per un periodo limitato, una sorta di stato di grazia; ho pensato a quanto mi manca l’adrenalina del tifo, della OLA che sale e dell’energia che innesca; ho ripensato alla bellezza di un passaggio, all’incanto di un’azione, all’inaspettato che svolta l’esito di una partita.

Ho ripensato all’ultima partita della Juventus, disputata contro l’Inter in quell’otto marzo con l’Allianz Stadium deserto, Ramsey e Dybala goleador, un 2 – 0 che ci ha riportato in vetta alla classifica, in un clima surreale, rotto ogni tanto da una voce isolata.

Sono ore convulse per il calcio nazionale; allenamenti che forse riprenderanno il 18 maggio, campionato che forse ripartirà il 13 giugno, tutto nebuloso ed irreale come per qualsiasi altra categoria del Bel Paese. Se e quando si giocherà, lo si farà a porte chiuse, nel silenzio irreale di uno stadio vuoto a meno di non inventarsi qualche soluzione; ho letto che in Danimarca, al posto dei tifosi, sugli spalti verranno posizionate miriadi di telecamere che permetteranno di assistere da casa alla partita da diverse prospettive…

Sarà in ogni caso un calcio diverso, almeno per un pò, senza colonna sonora, e a questo proposito mi torna in mente Simon Critchley quando afferma che “una partita senza tifo è una sorta di errore categorico, un esercizio svuotato di senso” perché, lo sappiamo bene noi tifosi, il calcio è un collettivo.

Ecco. Mi manca questa collettività. Mi manca, soprattutto, la mia squadra.


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