Quando il cagón diventa Re

di Giovanni Lentini |

“Cagón”! Glielo ha gridato dritto in faccia Carlitos Tevez, assieme ad una discreta varietà di altri improperi, in quella calda notte torinese, sul 2-1 contro il Real Madrid, ad una manciata di minuti dal termine della semifinale di andata della Champions League 2015. Lo pensavano i tifosi bianconeri che, ancora sotto shock per l’improvviso addio di Antonio Conte, lo avevano accolto a suon di proteste e contestazioni. A tre stagioni di distanza, con altrettanti scudetti e Coppe Italia in bacheca e due Champions League sfumate solo in finale, ed appena usciti da un nuovo shock (che hai combinato, Leo?) il messaggio che arriva forte e chiaro dal capoluogo torinese è uno solo: Massimiliano Allegri non è un cagón.

No, non lo è perché Allegri, il cagón, in appena tre stagioni si è preso la Juve. Con le a lui tanto care “halma” e pazienza, il tecnico originario di Livorno ha portato dalla sua parte l’ambiente, estirpando dal cuore e dalla mente dei tifosi la figura di Conte, l’idolo di una vita, l’uomo della rinascita ma anche della fuga nel secondo giorno di ritiro, e lo spogliatoio, stoppando prima della rivoluzione ogni moto insurrezionale di Leonardo Bonucci.

“Halma” e pazienza ma anche la sana sfacciataggine di chi non si piange mai addosso e se ha un problema non si ferma a riflettere su quanto sia grande ma piuttosto a cercarne la soluzione. Perché di fronte ad ogni situazione, anche quella all’apparenza più intricata, Allegri non si perde d’animo e con “halma” e pazienza, sempre loro, molto spesso riesce addirittura a ricavare l’aspetto positivo. Non tutti i mali vengono per nuocere: lo avrà sicuramente pensato dopo la sconfitta di Firenze dello scorso gennaio, al termine di un confronto (e di un periodo che stava diventando troppo lungo) nel quale, per almeno 70 minuti, la Juventus aveva subito in lungo ed in largo il gioco della Fiorentina, denotando una preoccupante apatia ed assenza di idee in fase di costruzione della manovra.

Crisi di identità, più che di risultati, perché la Juventus era in testa al campionato ma pareva entrata nel vortice dell’apatia. Serviva uno scossone ed il tecnico ci è andato giù fortissimo. Via il 3-5-2, le certezze di una vita, quelle dei cinque scudetti consecutivi, dentro tutti gli attaccanti, più Miralem Pjanic davanti alla difesa. Alla faccia del difensivismo, della paura degli avversari, del cagón.

La nuova formula, il 4-2-3-1, esordisce alle 12:30 della domenica successiva, quando allo Stadium arriva la Lazio di Simone Inzaghi. La notizia si sparge poco prima del fischio d’inizio. Sguardi attoniti dovunque, la novità intriga ma non manca un filo di apprensione: “Non saranno troppi i quattro attaccanti più Pjanic”? La risposta arriva poco dopo: la Juventus sforna la più convincente tra le possibili prestazioni, abbattendosi come un uragano, più di quanto non abbia detto il 2-0 finale, sui biancocelesti. Si apre così una nuova era, con un impianto tattico sbarazzino ma supportato dal sacrificio di tutti i componenti, primo fra tutti Mario Mandzukic, uno di quelli che non vorresti mai incontrare per strada di notte ma che, invece, Allegri ha convinto a sbattersi come un ossesso avanti ed indietro, su e giù per la fascia sinistra. Non ha avuto paura il livornese stravolgendo la Juve e non ne ha avuta ad Oporto. Alla vigilia, Nuno Espirito Santo, tecnico dei lusitani: “Non credo che Allegri avrà il coraggio di proporre il modulo con i quattro attaccanti contro di noi”.

Manco a dirlo, la Juventus scende in campo con l’ormai consueto 4-2-3-1, ancora un 2-0 e qualificazione ipotecata. E’ questa la vera notte della svolta, quella che segna la scalata di Allegri nelle gerarchie interne alla Vecchia Signora. Ad Oporto, infatti, l’ex allenatore del Milan non vince solo in campo ma anche fuori, lasciando in tribuna un totem come Leonardo Bonucci. In una partita fondamentale, per motivi disciplinari. Allegri ha giocato il tutto per tutto, rischiando, facendo all in su se stesso e mettendo in scacco il difensore e le sue smanie da leader. Il colpo di Stato è cominciato lì. Il resto è storia nota, con il sostanzioso rinnovo pluriennale del tecnico livornese e la conseguente cessione di Bonucci al Milan, concretizzatasi il giorno successivo al suo arrivo a Vinovo dopo le vacanze. Dopo tre anni, un nuovo colpo di scena di metà luglio in casa bianconera. Da uno shock all’altro, quindi, con “halma” e pazienza il cagón è diventato Re.