Cool Hand Berna e l’errore di una vita

Nella mia vita ho sbagliato molto. Non ho sbagliato, però, il timing di questo pezzo. Che doveva uscire a due giorni da Juventus-Torino di Coppa Italia e avrebbe dovuto essere molto più circostanziato di così. Giusto il tempo di raccogliere azioni e reazioni susseguenti al “più grave errore da quando esiste il VAR” e fare un’ampia panoramica sullo stato del giornalismo sportivo italiano nell’anno 2018. Fortuna ha voluto che aspettassi: il meglio è arrivato solo nelle ultime ore e mi consentirà di essere molto più diretto.

Prima, però, una premessa d’obbligo. Io sarei, formalmente, un giornalista sportivo. Dico formalmente perché, pur avendo preso una strada parzialmente diversa per poter arrivare alla canonica fine del mese, da qualche parte ho ancora il mio tesserino, ho il privilegio di collaborare, oltre che con Juventibus (che, per fortuna, non è roba solo per giornalisti, né vuole esserlo), con due delle migliori testate online del panorama nostrano e, soprattutto, ho superato non più tardi di un annetto e mezzo fa l’esame da professionista. E vi assicuro, benché perfettamente conscio di quale sia la considerazione di cui godano i giornalisti in questo preciso momento storico, non è stato facile. Per l’esame in sé ma soprattutto per il percorso necessario per arrivarci: lungo, difficile, estenuante, che si è preso tutto senza dare in cambio (quasi) niente negli ultimi sette anni della mia vita. L’ho fatto perché ci credevo, l’ho fatto perché credevo davvero di essere quell’uno su mille che ce l’avrebbe fatta, l’ho fatto perché ho sempre pensato che per me non c’era altra strada al di fuori di questa, l’ho fatto perché mentre studiavo il manuale di preparazione all’esame e prendevo confidenza con le varie carte deontologiche immaginavo di aver capito sul serio cosa bisogna fare e non fare per poter esercitare con dignità una professione già vilipesa di suo. Niente di più sbagliato. Ma tenete aperta quest’icona, perché tornerà utile.

Il derby dicevamo. Non mi interessava entrare nel merito del giudizio sull’operato di Doveri: ci avevano già abbondantemente pensato più o meno tutti. Mi interessava scoprire come i media si sarebbero comportati davanti al primo grande errore del VAR a favore della Juventus (sarebbe in realtà il secondo, ma Dybala a Bergamo ha evitato che la tragicommedia attuale si anticipasse di qualche mese): ebbene, non sono stato deluso neanche un po’. O forse si, se si guarda tutto filtrato dallo sguardo di chi ha lottato per entrare in un mondo che non è proprio quello descritto da quel manuale che si deve imparare a memoria se si vuole passare l’esame: ho appreso, ad esempio, che in Italia il sale del calcio non è il racconto adeguato (e per “adeguato” intendo il modus operandi di una qualsiasi delle grandi testate di settore anglosassoni e/o americane) dello stesso ma le polemiche, che esponenti della tv pubblica possono retwittare fanzine locali che raccontano che Doveri sia stato sospeso per due giornate a partire dal successivo turno di campionato a causa del suo arbitraggio in Coppa Italia (e dire che sarebbe bastato googlare qui controllando l’orario), che la veridicità di una notizia non dipende dalla sua oggettiva verificabilità ma dal numero di like che riceve, che i social sono ormai il porto delle nebbie in cui, alcuni di quelli che hanno avuto il privilegio di raccontare il calcio negli ultimi 30 anni, hanno potuto dismettere senza troppi problemi i panni di narratori imparziali (?) per poi svaccare completamente alla ricerca dei facili consensi della massa plaudente e poco interessata a una visione non di parte delle cose.

Poi è venuta Cagliari-Juve, Bernardeschi alla Mertens (ndr: di più, di meno? sticazzi nell’uno e nell’altro caso), Calvarese come Doveri e il “vallo a rivedere per il contesto sociale” (do you remember sentimento popolare?) con buona pace di un protocollo che racconta di come a Cagliari e a Crotone i due arbitri abbiano agito bene (rispettando, cioè, il protocollo stesso) pur valutando male il singolo episodio, la credibilità nuovamente svenduta pur di raccontare a chi di dovere quel che vuole sentirsi dire, la parzializzazione del racconto pur di compiacere il proprio bacino d’utenza e il resto dell’allegro (?) carrozzone che conoscete già. Che magari alla lunga farà pure ridere voi, ma fa meno ridere me. Perché, come detto, ho provato per una vita a essere un giornalista sportivo migliore (privilegiando la qualità del contenuto al barsport d’accatto e mettendo da parte la fede calcistica quando si tratta di fare il proprio mestiere) e mi ritrovo di fronte al ribaltamento delle prospettive e dei principi, morali e materiali, che avrebbero dovuto guidarmi in questo mondo. Nessun manuale, nessuna carta deontologica, nessun controllo, nessun filtro, niente di niente: vale tutto e il suo contrario per chi, invece di educare a una cultura sportiva degna di tal nome, contribuisce responsabilmente al progressivo e continuo svilimento della stessa. E allora nella mia vita non ho sbagliato molto. Probabilmente ho davvero sbagliato tutto.

p.s. Nell’intro dell’immortale Civil War, i Guns N’Roses inserirono un dialogo tratto da Cool Hand Luke, prison movie del 1967 misteriosamente italianizzato in Nick Manofredda:

“What we’ve got here is
Failure to communicate!
Some men you just can’t reach!
So, you get what we
Had here last week!
Which is the way he wants it
Well, he gets it
And I don’t like it any
More than you men…”

Dubito che serva la traduzione. Perché anche qui noi abbiamo un fallimento della comunicazione. E dei comunicatori.