G.O.A.T.

di Claudio Pellecchia |

Gigi

Non servirebbero nemmeno tante parole. Basterebbe un didascalico biglietto da visita: “Gianluigi Buffon, il più forte portiere della storia del calcio”. Poi, però, tocca fare i conti con il contesto. Con le ultime due gare in Nazionale un pò così, la papera con la Spagna, le critiche in Macedonia, il tirello di Jankto che convince i non sempre sveglissimi addetti ai lavori a recitare il “solito” (si, perché è capitato anche in passato) de profundis. E poi quelle parole che suonano quasi come una profezia: “Io alle critiche rispondo sul campo”.

Come al solito. Come sempre. Sempre lui. Gianluigi Buffon, il più forte portiere della storia del calcio. Che a Lione l’unico voto che meriterebbe è un s.v. (lo stesso che prende quando passa i canonici 90 minuti in Serie A appoggiato al palo, in attesa di un’offensiva avversaria che arriva di rado) perché qualunque dato numerico vorrebbe dire ridurre tutto a qualcosa che può essere misurato. E Buffon stasera non può essere misurato. Non può essere definito. La seconda parata, quella sul tiro di Fekir deviato da Bonucci, è un oltraggio a nostra madre fisica, è figlia di un riflesso che non hai a 17 anni figuriamoci a 38. Eppure lui ci arriva. Come era arrivato prima sul rigore di Lacazette, come arriverà più tardi sul colpo di testa a botta sicura di Tolisso.

Adesso il carrozzone ripartirà. Si tornerà alla normalità, all’esaltazione del numero1 dei numeri 1, come se i tre giorni (e le due settimane) precedenti non fossero mai accadute. Quando, invece, questa sera è figlia anche di quelle altre sere. Ma non pretendiamo che tutti capiscano, figuriamoci. Si tratterebbe di uno sforzo abnorme per chi campa alla giornata, per chi cerca il titolo a effetto per ottenere il click facile. Eppure è tutto così semplice, così come l’unico titolo da dedicargli ora e sempre: “Gianluigi Buffon, il più forte portiere della storia del calcio”.

E non segue, né mai seguirà, dibattito.