Bruno Bernardi raccontava la Juve chiedendo permesso

di Luca Momblano |

Bruno Bernardi lo leggevo quando era già giornalista professionista da più di 20 anni. Poi lo ascoltavo e sembrava di un altro mondo, ma si adattava senza perdere il proprio stile. E la partita, che comunque era al centro di tutto. Da Bernardi – il grande Bernardi, senza per forza un volto su La Stampa e con l’oculatezza di chi sa quanto siano importanti le parole – è poi per me gradualmente, e fatalmente, diventato soltanto Bruno. Sono stato fortunato.

Fortunato perché Bruno mi ha prestato (anzi, l’ho presa in prestito senza chiedergliela, scusami Bruno) quella forza di voler raccontare la Juventus come una cosa che ti appartiene, ma che in realtà non ti appartiene perché appartiene soltanto a chi ne fa parte. Pubblico incluso, ancor più se pubblico pagante.

In televisione poi – se sei stato almeno una volta al fianco di Bruno – quel pubblico era “generalista” cioé di due colori ma anche di tutti i colori, era “ascoltatore”, era “testimone di un testimone” ed era da rispettarsi a prescindere. I fatti prima di tutto, gli aneddoti soltanto dopo, preferibilmente in privato. Amava soffermarsi su singole scelte tecniche di formazione, sulle vigilie, sulle rocambolesche storie di quelle vigilie, sul fatto che ogni tanto suggeriva e ci prendeva, col buon occhio dell’ex bomber dello Spartanova Torino che fu.

La Juve e la Nazionale, un certo rispetto e una certa ammirazione per il Torino. Era un esteta, Bruno. Era vero e cortese. Dolce. Michel Platini il suo dessert preferito, e in pochi sanno quanto Bruno fosse goloso. Negli studi tv era l’Anastasi – fa un certo effetto scriverlo – dei giornalisti legati a doppia mandata alla parabola della Vecchia Signora: Bruno non voleva spiegare, voleva condividere. E nessuno per lui – come per Anastasi, per tutti quelli come loro di cui infatti ci si dimenticherà troppo in fretta – era mai l’ultimo arrivato. Bruno (come Pietro) non riteneva di avere qualcosa da far pesare. Da buon giornalista, ogni giorno era ora e adesso.

Bruno, come uomo, dava la sensazione di non riuscir mai a disprezzare. Una persona, un pensiero, una provocazione, un’offesa non scalfivano il suo livello di persona semplice e di (ex) professionista irreprensibile, vecchio stampo, forse perfino un po’ dileggiato dai più giovani. Era più forte di lui, faceva fatica perfino a borbottare o a sollevare la minima protesta. O forse era “soltanto” nella sua più grande interpretazione di un ruolo che come il centromediano metodista – direbbe lui – è stato poi superato (e guastato?) dall’esuberanza delle nuove generazioni.

Era forte Bruno, forte anche delle sue enciclopediche memorie monografiche su ogni componente delle tante Juventus che ha attraversato. Per Bruno avevano sempre qualcosa in comune l’una con l’altra. Lui dava valore anche alle Juve che non vincevano, agli eroi minori, alle fragilità umane di questo sport divenuto disumano. E lo faceva senza mai uscire dal campo. Dal seminato. Dal dovere. Dal mestiere. E quando lo faceva, chiedeva permesso. Fai pure Bruno. E salutaci l’Avvocato.