Breve guida alla Svezia di Ibra

di Juventibus |

di Andrea Lapegna

La domanda che in molti ci facciamo è se la Svezia abbia un canovaccio di gioco o se l’obiettivo sia invece il più classico “palla a Ibra e s’abbracciamo”.

Le squadre scandinave privilegiano abitualmente un calcio imperniato sul pragmatismo, come da più ampia tradizione culturale. La ricerca dell’efficacia ha sempre primeggiato sul libero talento, il fisico sulla tecnica. Per questo i grandi talenti del calcio nordico (il finnico Litmanen prima e Ibra oggi) colsero parzialmente impreparati i loro allenatori, che hanno finito per adattare i loro schemi ai piedi educati dei loro campioni.

Oggi la Svezia gioca con un 4-4-2 per buona parte canonico: Isaksson; Lustig, Lindelöf, Granqvist, Olsson; Larsson, Lewicki, Källström, Forsberg; Ibrahimović, Berg. Il merito del C.T. Hamren semmai è stato quello di propiziare il ricambio generazionale amalgamando i reduci dall’epica vittoria dell’Europeo U21 alla prima squadra. Guidetti, Lewicki, Forsberg e Hiljemark sono giocatori già affermati nei rispettivi club, pur non di prima fascia.

Due sono le variazioni sul tema, comunque non da poco. La prima è l’immensa libertà di cui gode Ibra, che si abbassa sempre ad inizio azione da regista avanzato e trasformando la squadra in un 4-4-1-1. Zlatan non è nuovo a questo ruolo, come ampiamente sperimentato al PSG.

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Heatmap di Ibra contro l’Irlanda. Benché abbia toccato meno palloni del solito, il suo raggio d’azione è a tutto campo.

La seconda è rappresentata dall’accentramento in transizione positiva del giovane esterno Forsberg, che va quasi ad affiancare Berg e lascia spazio alle galoppate di Olsson, il migliore dei suoi contro l’Irlanda.

Ciononostante, e a maggior ragione contro squadre più dotate tecnicamente, la Svezia gioca un calcio spiccatamente passivo, il cui scopo principale è rimanere ordinati per poi consegnare il pallone a Ibrahimović. La bassa mole di gioco si sviluppa così attorno ad una direttrice verticale principale, quella che va dal sempreverde Kim Källström allo stesso Ibra. A seconda di dove riceve il pallone, Ibra può scegliere se allargare per ali e terzini – che in ricezione alta cercano sempre il fondo e mai il centro – oppure puntare direttamente la porta. Così, le soluzioni offensive sono limitate, e le transizioni positive regalano raramente azioni a uno o due tocchi, causa povertà tecnica.

Con il possesso lasciato agli avversari, il 4-4-2 svedese si organizza su linee strette e ordinate. O almeno in teoria, perché se presi alti i quattro dietro hanno difficoltà a tenere la linea compatta. Per questa ragione il C.T. ordina ai suoi di rimanere bloccati, a costo di lasciare spazi tra difesa e centrocampo. Per dare un’idea di quanto statica debba rimanere la retroguardia, basti notare che a un solo terzino alla volta è consentita la risalita del campo: il collega dall’altro lato rimane quasi in linea con in centrali di difesa.

E l’Italia? A prescindere dall’undici iniziale, Conte non rinuncerà al suo credo tattico, specialmente contro una squadra solida, ma lenta. L’ormai celebre e celebrata doppia fase di possesso contiana – paziente allargamento delle maglie avversarie e verticalizzazioni ipercinetiche – sarà con tutta probabilità la maggior chiave di lettura dell’incontro. La difesa offre sufficiente tenuta contro la fisicità svedese, ma sarà interessante capire se Conte vorrà attuare una schermatura ad hoc (De Rossi, o Bonucci in uscita alta) per tagliare i rifornimenti ad Ibra, come fatto vedere dall’Irlanda.