Breve guida alla fu ingiocabile Spagna

di Andrea Lapegna |

Nella sua biografia del 2014, Pep Guardiola fa descrivere a Martí Perarnau i principi del gioco di posizione. In un celebre passo, si afferma che el juego de posición «non consiste nel passarsi la palla orizzontalmente, ma in qualcosa di ben più complicato: generare la superiorità numerica dietro a ogni linea di pressione. […] O, per dirla in un’altra maniera, creare uomini liberi tra le linee avversarie».

Ora, Guardiola non ha mai allenato la Nazionale spagnola, né probabilmente mai lo farà considerato il suo spiccato sentimento catalano. Tuttavia i principi del gioco di posizione, rivisti secondo un filone che va da Michels a Cruijff, e da Van Gaal allo stesso Pep,  pervadono l’approccio delle Furie rosse.

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Le posizioni medie contro la Croazia. Più larghi i cerchi, più alto il volume di palloni giocati.

Del Bosque schiera un 4-3-3 molto flessibile: De Gea; Juanfran, Piqué, Ramos, Jordi Alba; Fabregas, Busquets, Iniesta; Silva, Morata, Nolito. La Spagna può permettersi una serie impressionante di giocatori associativi ed è una delle poche nazionali dell’Europeo che ama giocare il pallone: il possesso medio delle prime tre partite è stato del 63.9%, la precisione dei passaggi tocca il 90.1%. Se il modulo è tra i più elementari, le posizioni medie dei giocatori rivelano grande fluidità in campo.

La Roja declina il gioco posizionale orientandolo allo spazio e alla palla. Ogni giocatore riceve il pallone in una posizione pre-determinata e sa già cosa farne prima ancora di riceverlo, modellando la soluzione sulla disposizione degli avversari. Tutti i giocatori partecipano alla creazione del gioco, anche i portieri. Per un’uscita fluida della sfera Busquets si abbassa spesso tra Ramos e Piqué, con Juanfran e soprattutto Jordi Alba altissimi, nella classica salida lavolpiana. Il pallone circola per lo più centralmente e se i terzini non sono più bloccati come un tempo, non rischiano nemmeno di congestionare la giocata negli angoli alti del campo.

La superiorità posizionale è aiutata dai movimenti dentro-fuori degli esterni offensivi (in orizzontale Silva, in diagonale Nolito) e da quelli su-giù di Morata per allungare la difesa avversaria e lasciare spazi da occupare ai compagni. I giocatori vanno a cercare la ricezione tra le linee, dato che per gestire la sfera basta e avanza Iniesta, vero centro di gravità della squadra. Il capitano del Barça gioca da mezz’ala di possesso e rende la catena di sinistra non solo superiore per qualità, ma anche imprevedibile per il ventaglio di giocate nelle corde gli interpreti.

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Senso unico a sinistra.

La Spagna è apparentemente ingiocabile, e la percezione da fine ciclo del mondiale in Brasile è svanita a furia di vittorie convincenti. Tuttavia, la Roja non è la stessa che ha demolito l’Italia in finale quattro anni fa. Qualcosa si è arrugginito nel meccanismo, e la partita persa contro i croati ha messo a nudo alcuni piccoli difetti: Iniesta è parso più isolato del solito, e gli errori grossolani da parte dei difensori (Juanfran, ma soprattutto Piqué e Ramos) hanno pregiudicato una partita che per gioco e occasioni create era in cassaforte.

Lo scontro con l’Italia metterà di fronte due filosofie ben distinte, ma non agli antipodi. Conte potrebbe pensare di replicare le giocate che hanno mostrato crepe nell’organizzazione iberica: pressing alto per spingere Iniesta ad aiutare l’uscita del pallone ed edulcorarne il peso, ripartenze veloci per scoprire le lente e mai impeccabili transizioni di Piqué. In realtà la Spagna soffre anche i cambi di gioco sul lato debole quando perde il possesso, dato che collassa la squadra a sinistra: forse è proprio per questo che Conte con l’Irlanda ha provato a mantenere le mezzali larghissime davanti all’esterno ed avere così la possibilità di doppia ricezione e superiorità numerica istantanea. Basteranno piccoli accorgimenti a far crollare l’impero spagnolo?