Il sofisticato “brand” del giornalista anti-juventino

di Pietro Salvatori |

anti-juventino

Francamente, ci siamo stufati. Ho iniziato a scrivere questo articolo ripromettendomi di non fare nomi, non citare episodi specifici, non linkare tweet né fare screenshot di post su Facebook. Un po’ perché se volessi essere completo dovrei scrivere un instant book, non un articolo per Juventibus. Ma soprattutto perché non voglio scendere nel tipico tafferuglio a bottigliate da bar che è il brodo di coltura dei destinatari di queste righe. Però era giunto il tempo di farlo. Era necessario. Per me e per tanti come me che, francamente, si sono stufati (eufemismo mode: on).

 

Volendo riassumere il tema, potremmo dire che qui si parla di giornalisti anti-juventini. Ma non sarebbe del tutto corretto. Conosco una lunga serie di colleghi che lo sono, e lo dichiarano fieramente. Così come ne conosco tantissimi che sono visceralmente fratelli bianconeri. Alcuni sono amici, altri no, lo sfottò e qualche tensione fanno parte del campo, degli spalti, delle chiacchiere del giorno dopo e sono il sale di questo sport.

 

Il problema non sono i giornalisti che tifano. Il problema sono le regole del gioco. Mi spiego. Lavoro per un giornale abbastanza grande, inserito in un gruppo editoriale ancora più grande, compartecipato da un ancor più grande colosso imprenditoriale statunitense. Sono dunque parte di un ingranaggio editoriale enorme, che si inserisce nell’ancor più vasto orizzonte dell’informazione, i cui meccanismi sono codificati sì dalle leggi, ma ancor più da anni e anni di prassi e deontologia dei giganti del mestiere, su cui tutti noi della nostra generazione siamo – a volte troppo comodamente -seduti.

 

Per competenze personali e per ordini di servizio mi occupo di politica. Se avete la pazienza di cercare il mio profilo Twitter, fin dai tempi dell’iscrizione vi si legge una cosa precisa: “Nel tempo libero Juve e toscano”. Al di là della passione per i sigari, quel disclaimer significa una cosa. Quando scrivo di cose attinenti al mio lavoro mi possono essere contestate in quanto tali. Quando mi occupo di Juventus, mi spoglio dal mio (per quanto circoscritto) ruolo pubblico di parte (seppur piccola) del mondo di chi informa, mi metto una maglietta e scendo in campo. Sono un tifoso. Se twitto di Dybala, faccio una battuta sull’Inter, ma anche se scrivo un articolo per Juventibus, sono tutte cose che afferiscono a una mia passione, che non c’entrano con il core business del mio lavoro. Carte in tavola, patti chiari, amicizia lunga e via discorrendo.

 

Una miriade di colleghi, tanti anche bravi, persino qualche direttore, tifano bianconero e adottano lo stesso approccio. Altrettanti, anche molto più bravi di me, sono visceralmente anti-juventini. Ma sempre adottando lo stesso approccio.

 

Il punto dunque non è giornalismo&tifo. Il punto è quel giornalismo che fa professione di obiettività, che ha la pretesa di spiegare come va il mondo, e che in realtà cavalca un brand, quello dell’anti. Perché nessuna altra squadra in Italia ha incollata alle costole una così lunga schiera di giornalisti anti. “Anti” che tuttavia lavorano nelle redazioni sportive, che dovrebbero trovare notizie, costruire retroscena con solide basi d’appoggio, dare strumenti a chi legge per capire quel che accade. Senza annullare loro stessi, le loro idee e le loro opinioni. Semplicemente partendo dai fatti. Che questi ultimi facciano bene o male, che siano acqua al mulino o fiamme nella stalla, dovrebbe essere un problema legato esclusivamente al fatto in sé e agli occhi di chi lo legge.

 

E invece no. Gli “anti” sfruttano una loro posizione presuntamente imparziale, si nascondono dietro il marchio della loro spesso prestigiosa testata, per condizionare artatamente il flusso del dibattito pubblico. Non sai per chi tifino (“Io non tifo, o comunque non te lo dico, devo rimanere imparziale”), sai su chi sparano. Viviamo in tempi in cui la spiegazione semplice, il ragionamento banalizzato, nell’immediato vince sull’analisi complessa della realtà. Perché è immediatamente codificabile, genera subitanea immedesimazione, e catalizza frustrazioni che la maggior parte delle volte poco c’entrano con quel di cui si sta parlando. Soprattutto se arriva da chi ha un’autorevolezza che travalica la chiacchera da bar, e che si porta dietro il ragionamento “vedi, non sono io a dirlo, lo dice anche…”.

 

Quindi chi twitta “Higuain grassone” riceverà in proporzione una valanga in più di consenso e di visibilità di chi invece scrive “Higuain ha una struttura fisica per la quale mette qualche settimana in più dei compagni a entrare in forma”. Ragionamento semplice, banalizzato, che vince sempre sullo scatto contro analisi di cause e possibili spiegazioni. Se Bonucci sbaglia un anticipo, “Bonucci è una sega sopravvalutata” travolge “Errore di Bonucci, tirato fuori posizione da una mancata copertura del centrocampo” e via discorrendo. Conviene a tutti vestire i panni dell’”anti” Più visibilità immediata, più risonanza nel dibattito pubblico, più possibilità di inserirsi da protagonista in quel clima da sediate nel bar che, purtroppo, è una delle chiavi per la riconoscibilità nel flusso delle notizie e delle opinioni, e non solo in ambito sportivo.

 

Tutto questo si imprime di un’accelerazione pazzesca se (probabilmente solo se) si parla di Juventus. Perché è la squadra che da anni cannibalizza qualunque risultato sportivo in Italia, e che in Europa ha subito cocenti delusioni, guardando tuttavia dalla cima della montagna scalatori che sul divano hanno fatto l’Everest su una gamba sola, ma che nel mondo reale non riescono nemmeno a guadare il ruscello a fondo valle. E che dunque è naturalmente percepita come il potere da combattere e da abbattere. Anche perché sono ancora innestati nel dibattito pubblico i germi di quella farsa all’italiana che porta il nome di Calciopoli (tweet “Furto Juve”, vince su tweet “Rigore dubbio, ma simile a quello dato in Roma/Inter/Milan vs avversaria a caso”).

 

L’operazione tuttavia è ancora più sofisticata. Perché il giornalista-anti-juve-che-non-dice-per-chi-tifa-e-che-rivendica-imparzialità perderebbe l’aura di quest’ultima semplicemente insultando. E quindi taglia e incolla informazioni non del tutto false (capita anche quello, ma solitamente è un boomerang), ma costruite ad hoc su doping, arbitri, mafie varie e chi più ne ha più ne metta. Lo so, non dovevo citare casi specifici, ma c’è una spassosissima sentenza in giro per la rete su come i mancati cartellini alla Juve abbiano privato Roma e Napoli dello scudetto, presentata come frutto di “studi”, quando poi basta prendere le statistiche di tutti i cartellini della scorsa stagione per seppellirla semplicemente sotto una fragorosa pernacchia.

 

La cito solo perché è paradigmatica del meccanismo. Si esce da “La Juve ruba”, che proietterebbe immediatamente l’estensore nel campo del tifo. E dal pulpito di una competenza data dal mestiere e dalle testate per cui si scrive si parla di un lavoro di ricerca che porta sostanzialmente alle stesse conclusioni, intercettando il consenso acritico e tifoso della strada. Senza peraltro fornire alcun numero, nessun dato a supporto. L’anti-juventino della rete non ha nessun interesse a verificare. L’informazione tocca una sua corda, la fa risuonare, vi trova conferme su quel che ha sempre pensato (“La Juve ruba”), e vi si accoccola. La prende, la rilancia sui social, ne parla a cena con l’amico (“Guarda che c’è uno studio che…”) ed ecco che il dibattito è inquinato. E la colpa non è nemmeno sua. O almeno lo è solo in minima parte. Perché ci fornisce un’informazione del genere lo fa con una credibilità che gli deriva dal suo ruolo nello spazio pubblico. Credibilità dovuta al presupposto che quel che sta dicendo sia verificato, confermato. Che abbia una pezza d’appoggio. E quando qualcuno arriva con la tabella che decostruisce in mezzo secondo i presunti studi i buoi sono ormai usciti dalla stalla.

 

Potevo citare le false dichiarazioni di Sergio Ramos dopo la finale di Cardiff rilanciate senza alcuna verifica da molti colleghi. Ma sarebbe stato troppo facile. E più che le fake news, che sempre più impazzano senza freno (e che alla fine, come accennavo poco sopra, alla fine sono tali panzane che screditano chi ci ha abboccato), il vero problema sta in chi indica costantemente che quel bianco tra le righe nere sia in realtà fatto della stessa materia di cui sono fatte le scie chimiche. E che lo faccia facendosi forte di una credibilità (in molti casi, fortunatamente, nel tempo venuta meno) dietro la quale può nascondersi per dire “fidatevi, ho le prove, sono davvero sciekimike”.

 

Dopo Cardiff, dopo il momento più basso tra i momenti più alti tra quelli che abbiamo vissuto negli ultimi anni, era giunto il momento di metterlo nero su bianco. (il layout del sito mi impedisce di invertire i colori, ma ci siamo capiti). Perché come sono stufo io (eufemismo mode: on) è stufo un popolo intero, ed è venuto il momento di mettere in fila le cose e dircele come sono, come antidoto ai tempi che verranno (e oh se verranno) e distribuire elmetti affinché i proiettili di cartapesta ci rimbalzino addosso.

 

Perché far passare così tanto tempo? Perché “nel tempo libero Juve e toscano”. E di tempo libero non ce n’è mai abbastanza.