Il boomerang culturale nerazzurro (#sulcampo)

di Giulio Gori |

La decisione arbitrale è parte integrante della partita, non un qualcosa di avulso da essa. Per questo motivo, le moviole non colgono mai un aspetto fondamentale dell’arbitraggio: il contesto in cui la decisione si colloca. Protestare contro l’arbitro fa parte del gioco, mettergli pressione – sinché le regole lo consentono – non solo è legittimo ma può diventare utile. Con un distinguo fondamentale, deve valere la sacra regola della doccia: dopo che l’hai fatta, dopo che hai sbollito la rabbia, di arbitro non si parla più. Vale per tutti: vale per la Juventus che al Bernabeu è uscita dalle righe, ma vale ancor di più per l’Inter dopo la partita di sabato sera al Meazza. Perché se in campo metti una pressione sconsiderata sull’arbitro, devi accettare il rischio che questo ti si possa ritorcere contro.

Nella partita di Milano, tra Inter e Juventus, al di là di tanti piccoli o grandi episodi, le polemiche si sono accese riguardo a due situazioni. Il rosso a Vecino e il mancato secondo giallo a Pjanic. Ma ricondurre l’analisi di un arbitraggio a due soli episodi può essere profondamente fuorviante. Sul primo caso c’è poco da dire, tranne che bisogna fare i complimenti all’arbitro Orsato e al Var Valeri: d’impatto, il pestone di Vecino a Mandzukic poteva sembrare uno scontro negligente ma involontario. E quindi da giallo. A vedere però le ferite sulla gamba del croato è diventato evidente che c’era della malizia nel gesto dell’uruguaiano: con il semplice peso del corpo non puoi provocare quel danno, a meno che tu non ci aggiunga della pressione volontaria. Applausi allo staff arbitrale, punto.

Dopo l’espulsione, l’Inter decide di cambiare atteggiamento, capisce che contro la Juventus non c’è partita, che l’avversario è troppo forte, è in vantaggio, è in superiorità numerica, e comincia sistematicamente a travolgere Orsato di qualsiasi tipo di protesta. Sembra di rivedere la famosa Juventus-Inter del 1998, quando i bianconeri erano meritatamente in vantaggio e i nerazzurri decisero che la rimonta era possibile solo col caos. Il famoso scontro Iuliano-Ronaldo maturò quando Ceccarini aveva ormai da un buon quarto d’ora perso la bussola della partita, perché l’Inter tra proteste, simulazioni, giocatori che si rotolavano a terra ogni 30 secondi, aveva deciso di fargliela perdere. Esattamente come sabato sera.

Così, se vogliamo analizzare il mancato secondo giallo a Pjanic, non possiamo prescindere dal fatto che prima di quel fallo, i giocatori dell’Inter hanno vergognosamente simulato a più riprese di fronte a giocatori della Juventus già ammoniti. E non hanno simulato semplicemente un fallo, cosa che, piaccia o no, nel calcio è pacifica. Ma hanno simulato di essere stati colpiti con violenza, uno dei gesti più antisportivi che questo sport conosca. Rafinha ci ha provato con Pjanic, rantolando a terra quando il replay ha mostrato che non c’era stato neppure il minimo contatto. Perisic ci ha provato con Cuadrado, fingendo di aver subito un colpo basso quando c’era stato solo un innocuo e regolare contatto di gioco. Di nuovo, un minuto prima della mancata ammonizione, un interista ha simulato un colpo subìto da Pjanic su un semplice gioco pericoloso senza contatto.

Provi a simulare? Provi a far espellere un avversario con atteggiamenti antisportivi? È un po’ come gridare «al lupo, al lupo» quando il lupo non c’è. C’è il rischio che una volta che il lupo arriva per davvero i cacciatori non vengano in tuo aiuto, c’è il rischio che quando il fallo da giallo c’è per davvero all’arbitro venga un dubbio e non tiri fuori il cartellino giallo.

Il campo è cultura: ha le sue regole, la sua etichetta, la sua etica. Se quella cultura non ce l’hai, o se fai finta di non conoscerla e sei bravo solo ad organizzare piagnistei collettivi, meriti di stare ai campetti. Il calcio lascialo agli adulti.