Bonucci-Rizzoli: 5 teorie sociologiche

di Sandro Scarpa |

PROIETTILE MAGICO (Harold Lasswell)

Post-gara di Juve-Toro. Venturaa caldissimo– monta la polemica su cui le TV si avventano con avidità, affamate da un torneo scarno di lamentele arbitrali. Il focus è tutto sul presunto doppio giallo non dato ad Alex Sandro e sul fuorigioco millimetrico nel gol del possibile 2-2 di Maxi Lopez.

Nota Bene! Bonucci e Rizzoli non vengono citati o considerati, il loro episodio non è rilevante, non fa parte delle lamentele di Ventura. Bonucci e Rizzoli non compaiono, in una parola: non esistono.

Poi accade. Arriva poche ore dopo, sparato a velocità ultrasonica, il famoso “proiettile magico” della comunicazione, che attraversa tutto e tutti, divampa e soverchia completamente qualsiasi altra immagine, considerazione e idea dei fatti. Il romano e romanista Carlo Zampa (voce tifosa su Premium), lancia o retwitta un fotogramma, tratto dalle riprese della gare in cui –inequivocabilmente- Bonucci e Rizzoli sono testa a testa, col difensore dall’aria proterva e minacciosa e l’arbitro che guarda altrove, quasi fuggendo il contatto.

E’ l’incendio. E’ l’immagine perfetta che condensa nella sue bidimensionalità l’ideologia collettiva radicata in anni di proclami e sospetti antijuventini. Il fotogramma fa il giro del web, scatena centinaia di migliaia di visualizzazioni e condivisioni. monopolizza il dibattito televisivo serale e del giorno seguente. I quotidiani, tutti, ci arriveranno due giorni dopo, martedì, accantonando qualsiasi altro episodio meno impattante, meno potente.

La foto è vincente perché ha due protagonisti eccellenti:

  • Bonucci: nettamente il bianconero più odiato dagli altri tifosi. E’ quello del motivatore, del coinvolgimento (subìto e rivelatosi infondato) in scommessopoli, è quello del terzo gol alla Roma in un’altra gara dalle mille polemiche. Soprattutto, è il giocatore che esulta invitando a “sciacquarsi la bocca”, rozzo e limitato per gli altri tifosi (eppure esaltato da Guardiola), simbolo nuovo dell’impunità ed arroganza bianconera, con Chiellini temporaneamente out.
  • Rizzoli: A seconda dei casi, il miglior arbitro al mondo o al contrario, o proprio per questo, un personaggio politico, asservito al sistema, servile col Palazzo “e quindi” con la Juve. Quello che faceva il 4° uomo in Juve-Napoli a Pechino, ancora 4° uomo in un Catania-Juve ricordata come “il più grande scandalo del calcio”. L’arbitro che si ferma, per infortunio, pochi giorni prima di Juve-Napoli. Poco contano le sviste arbitrali contro la Juve (rigore per colpo di ascella di Isla, ad es.)

STUDIUM E PUNCTUM (Roland Barthes)

Nella foto, direbbe Roland Barthes, c’è uno studium, l’aspetto razionale che si manifesta quando il fruitore si pone delle domande e va a riguardarsi l’intero video in cui è Rizzoli che va a cercare Bonucci, frapponendosi tra il difensore e il quarto uomo e cercando per primo il contatto con la testa. Ma lo studium è lento, è faticoso, non ha la forza ottusa dell’immediatezza senza dubbi. Quello che vince qui è invece il “punctum” dell’immagine, l’aspetto emotivo, il dettaglio che colpisce irrazionalmente il fruitore e, in questo caso, ne conferma tutto ciò che ha sempre pensato, secondo la teoria della dissonanza cognitiva di Habermas, per cui assorbiamo ciò che può confermare le nostre convinzioni e scartiamo invece le informazioni dissonanti.

Il fotogramma corrobora il castello di sospetti antiJuve, è l’emblema di un immaginario collettivo reso vivido in modo eclatante: la Juve ruba, gli arbitri la subiscono, Bonucci l’arrogante minaccia a testate perfino Rizzoli, anzi proprio lui!.. e resta ovviamente impunito. Scandaloso!

Un’immagine così potente, perché rassicura le convinzioni e spinge all’indignazione e all’odio, è sempre vincente. Se hanno avuto poco successo foto complottiste e sottili, come il cenno di Buffon all’avversario che gli tira il rigore, come lo sfocatissimo presunto dito medio di Vidal (sempre all’arbitro), come può la foto Bonucci-Rizzoli non vincere le primarie dell’antiJuventinismo che finalmente può urlare: VERGOGNA! Vedi? È arrivato tardi, alle 29° giornata, ma ecco il Muntari bis, ecco il Turone, ecco il Iuliano-Ronaldo, ecco l’episodio che ci rassicura.

SIMULACRO E POLITICA DEL SEGNO (Jean Baudrillard)

Il valore segnico dell’immagine veicola quindi un valore sociale condiviso, fa niente se è distorto come la realtà raccontata in quella foto. Chi guarda, chi fruisce, chi possiede la foto, trova dentro l’immagine la sua idea, il suo gusto, la sua appartenenza calcistica e il suo specchio emotivo. Peraltro un fotogramma ha quasi più potere di una foto, perché pare qualcosa di documentaristico ma anche di ricercato, ghermito, disvelato: era davanti a tutti ma io l’ho fermato e mostrato bene, voi vi limitavate a guardare, ma ora potete osservare!

In altri mondi una foto ha potuto più di milioni di parole e tesi, la foto dei soldati nazisti che portavano carcasse di cavalli al macero, mal interpretata, convinse i cinesi ad entrare in guerra, la foto falsa del pellicano coperto di petrolio o la foto del bimbo siriano riverso sulla spiaggia lambita dalle onde sono onnipotenti rispetto a realtà di per sé stesse devastanti. Una foto non la batti. Mai!

La novità è che con la modernità tecnologia, spiega Baudrillard, non si smette mai di accumulare, di aggiungere, di rilanciare. Abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, la forza della razionalità, del pensiero, dell’approfondimento. Non siamo capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, siamo immersi nell’illusione inversa, disincantata, monocorde, della proliferazione delle immagini.

Immagini ottuse e levigate dalla mancanza di dubbio. Non a caso, a quella di Bonucci si sovrappongono altre immagini altrettanto ottuse e fintamente emblematiche, addirittura quella di un Maradona che alla fine di quella stessa gara accusa l’arbitro di essere palesemente servo del Palazzo.

IL MEDIUM E’ IL MESSAGGIO (Marshall McLuhan)

L’impressionante novità è che appunto, i social dettano il tema e l’agenda setting dei media. I social dicono di cosa discutere. Se i social sparano Bonucci-Rizzoli nel cielo mediatico, i media tradizionali raccolgono acriticamente, vero o non vero, giusto o sbagliato, ottuso o meno.

E’ inevitabile che sia così: il social viene dal basso, dalla pancia, da lì emergono le cose già pop, già ingurgitate e risputate fuori dalla massa. Così, quando le TV e i giornali rilanciano l’immagine, ma SOLO due giorni dopo, hanno vita facile: ributtano in pasto ad una massa ancora più larga, qualcosa che una notevole marmaglia social ha già prodotto, gradito e fatto sua.

Negli anni ’80 Juve-Toro sarebbe stata mediaticamente poco moviolizzata, solo un dubbio, sul gol di Maxi Lopez, in fotogrammi sfocati senza HD. Negli anni ’90, Maxi Lopez sarebbe stato parecchio rivisto da Biscardi o dalla Fininvest rossonera, così come probabilmente qualche dubbio sul giallo ad Alex Sandro sarebbe saltato fuori. La rivoluzione è che invece, anche nel post-calciopoli, anche nelle moviole iperdettagliate sulla Juve, anche ora nel 2016, dopo 4 anni di dominio Juve e con i media avidi di una polemica arbitrale, senza i social Bonucci e Rizzoli non sarebbe esistito, o almeno non subito, non così forte e immediato. Ci si sarebbe soffermati solo su Sandro e Maxi. E invece, un singolo individuo, un anonimo, riesce a dettare il fotogramma a tutto l’apparato mediatico nazional-popolare. Una singola manina ferma il video, ritaglia l’immagine distorta, la posta, viene rilanciata e boom! Incendio.

McLuhan direbbe che è il nuovo mezzo, il nuovo canale che determina i caratteri strutturali della comunicazione che gli scorre dentro e produce effetti pervasivi sull’immaginario in questo caso calcistico, antiJuve o neutrale (se esiste ancora). Gli effetti sono indipendenti dai contenuti complessivi, dal reale racconto della vicenda: i social sono pop, sono immediati, i social sono ottusi, demagogici e iper-estesi, se “il mezzo è il messaggio”, dai social non può che emergere trionfante una foto in cui la Juve rubba, la Juve è mafia e l’arbitro è servo.

L’INTELLIGENZA COLLETTIVA (Pierre Levy)

La riflessione vera è sull’accodarsi e acritico di tutto il giornalismo italiano. Nessuno tira subito fuori il video completo, quello in cui Rizzoli VA a cercare Bonucci, col suo fare da arbitro di grande carisma e continuo contatto fisico, nessuno mostra l’intervento di Sandro che tocca il pallone, nessuno elenca i 38 falli da rigore senza giallo compiuti in precedenza. Nessuno, ma questo è un altro discorso, paragona l’intervento di Silva su Cuadrado a quello di Sandro, o il fuorigioco di Lopez a quello, più evidente, nel 3-1 di Napoli-Genoa. Ma soprattutto, nessuno approfondisce il contatto Bonucci-Rizzoli come atto in sé, come fotogramma arrivato dal basso, dal nulla e quindi da tutti e da nessuno. Tutti i giornalisti scrivono editoriali velenosi o moderati, per condannare o spiegare quel testa a testa, a seconda delle convenienze. Qualcuno millanta chiacchierate con lo stesso Rizzoli, o interpella Nicchi e poi, anche qui a seconda di chi paga lo stipendio e di chi legge, utilizza quelle interviste per “smentire la testata” o denigrare chi addirittura “smentisce la testata”

Poi. Il quarto giorno arriva quest’altro fotogramma. Altra ripresa, altra prospettiva. Altra angolatura, stesso istante (si noti il dito ed il ghigno di Rizzoli), altra realtà. Quest’altra faccia della luna avrebbe parzialmente smontato il caso? La foto di un’altra realtà, o non-realtà (?) forse non avrebbe rivaleggiato e trionfato, ma solo provocato altre onde di brusii contrari. Ognuno avrebbe visto la sua realtà, fatto aderire il suo mondo interiore alla rappresentazione più adeguata, allo specchio che li riflette meglio.

L’altra domanda è: perché nessuno in tv si è dato la briga di acquisire altre riprese dalle mille telecamere presenti allo stadio?

Semplice, perché l’immagine, la foto, il proiettile non arrivava dalle tv, dai Media Classici, ma dal web, dai social, da quella massa che Pierre Levy definiva come “intelligenza collettiva”: una rete di individui che scambia il loro sapere, coopera. In questo caso intelligente non ha a che fare col quoziente intellettivo, ma è inteso per intelligere, comprendere, capire, e se la comprensione di questa collettività di individui è bassa e stolida, se il loro sapere è intriso di ideologie vittimistiche ed alibi da perdenti, il frutto della cooperazione, di questa “intelligenza collettiva” è un’immagine strumentalmente distorta, piegata alla conservazione di questo basso intelligere.

Quello che colpisce è appunto come questo frutto marcio, vero, non vero, questa non-realtà arrivi acriticamente a chi per mestiere dovrebbe indagare, ragionare, informare, aprire e addirittura plasmare menti e anzi paradossalmente alzare la soglia di capacità critica di chi legge.

E invece la foto ha vinto. I social hanno vinto. La bassa intelligenza e la distorsione della realtà hanno vinto. I media non servono più a nulla. I media sono nulla in cui il nulla dal basso trova un fertile vuoto pneumatico in cui propagarsi all’infinito e nullificare la ragion critica di chi guarda.

Bonucci e Rizzoli sono stati i non-eroi di una non-realtà amplificata dal nulla assoluto.