Di Bonucci ceduto e altri elementi

di Claudio Pellecchia |

Normalmente quando la Juventus cede un giocatore non è che ci sia questa gran varietà di stati d’animo: o si è dispiaciuti o si è sollevati, in relazione al peso, allo status, all’importanza di quel giocatore in quel contesto. La cessione di Leonardo Bonucci al Milan, nella sua unicità e imprevedibilità, mi ha invece proiettato in un limbo di indeterminatezza sensoriale in cui aspetti positivi e negativi quasi si controbilanciano nella valutazione dell’operazione nel suo complesso.

Partiamo da un presupposto: al netto di un piano industriale importante che ha reso possibile una crescita economica esponenziale negli ultimi anni, la Juventus è una “società venditrice”. E la conferma arriva proprio da Beppe Marotta quando aggiunge la postilla del “ma se il giocatore chiede di andare…” abbandonandosi, di fatto, all’umoralità degli sportivi più umorali in assoluto, ovvero i calciatori: chi, realmente, non è venditore e può magari giovarsi di un rinnovo fino al 2021 firmato appena sei mesi fa (perché i contratti si firmano in due, senza che nessuno metta la pistola alla tempia di nessun’altro: altrimenti se decidiamo di credere che non contano nulla, cominciamo a stipulare una serie di accordi annuali e tutti contenti) se davvero deve vendere, lo fa alle sue condizioni, senza troppe seghe mentali su ciò che potrebbe o non potrebbe fare un giocatore “scontento” che rimane (e dubito che Leo si sarebbe messo a fare autogol di proposito o a boicottare la squadra durante le partite, ma forse sopravvaluto lui, la sua intelligenza e la sua professionalità). Ma questo, ovviamente, non dipende né è colpa di Marotta. Rientra in un qualcosa che va oltre la dimensione tecnica ed economica della questione (se in un mese ti sbarazzi in questo modo di Bonucci e Dani Alves qualcosa, a Cardiff, deve essere successo) e, soprattutto, nel gigantesco equivoco collettivo che vorrebbe la Juventus già al livello delle big europee: siccome, nella definizione di “big” non si può più scindere l’aspetto di campo da quello relativo al fatturato e alla “potenza di fuoco”, conviene convincersi ed accettare il fatto che non si sia ancora dove credevamo di essere. Del resto, i dieci anni di ritardo post Calciopoli pesano e continueranno a pesare ancora a lungo, nonostante a livello dirigenziale si stiano facendo autentici miracoli nel coniugare situazioni finanziariamente accettabili con uno dei più grandi cicli vincenti della storia recente. Dire, quindi, che la Juventus è un’ottima squadra, con punte di eccellenza assolute che le consentono di fare due finali di Champions in tre anni e di tirar fuori, alternativamente, Real Madrid e Barcellona (e che DEVE cedere almeno un big all’anno per rinnovarsi) non vuol dire disconoscere i risultati ottenuti ma, semplicemente, rendersi conto della realtà delle cose, fuggendo narrative pretestuose fuori dal mondo e dal tempo.

Detto ciò, tra i big “sacrificabili” in questa finestra di mercato, Bonucci era quello cui avrei rinunciato più a “cuor leggero” (mille e una virgolette): vuoi per una questione di continuità con il nuovo progetto tattico (addio alla difesa a tre, difficoltà del nostro ad interpretare il ruolo del marcatore puro in una linea a quattro, nuove modalità dello sviluppo del gioco anche in fase di prima costruzione), vuoi per una questione di mera sostituibilità (un centrale di buon livello – e non è detto che la Juve lo cerchi, avendone già altri quattro -, seppur con diverse caratteristiche, lo trovi: un Alex Sandro o un Dybala, no), vuoi, ancora, per il fatto che era chiaro da tempo un progressivo distacco con l’ambiente, con buona pace dei proclami social su presunti incatenamenti ai cancelli di Vinovo. La cessione, quindi, era preventivabile e giustificabile. Non a questo pezzo, non con questo timing, non al Milan. Anche perché il messaggio che passa (una società in difficoltà economiche fino a ieri che, di colpo, arriva e ti strappa una delle tue colonne portanti, rilanciando legittimamente le proprie ambizioni in chiave campionato) trascende la mera valutazione tecnica dell’operazione che, comunque, potrà essere completa solo alla prova del campo e al tempo che impiegherà Bonucci a diventare nel Milan il tipo di giocatore che già era nella Juventus (e non è detto ci riesca da subito, rappresentando un unicum nel suo genere e particolarmente condizionante per il sistema di gioco). In ogni caso, non è detto che tutto ciò non rappresenti l’auspicata inversione di tendenza sulle priorità in fase di allestimento della formazione per la nuova stagione: una Juve che decide di spostare qualità e peso degli investimenti dal centrocampo in su (e, in tal senso, è auspicabile che il ricavato della cessione venga destinato a un terzino destro adeguato – non De Sciglio – e un centrocampista dall’interpretazione del ruolo dinamica e moderna, in attesa di capire quel che sarà di Bernardeschi e Schick e sperando che non ci siano altri addii pesanti che ribalterebbero di nuovo le prospettive) è una sfida stuzzicante e che merita almeno una possibilità. Così come la merita quel Daniele Rugani da troppo tempo in rampa di lancio e che, adesso, dovrà essere bravo a prendersi ciò che gli spetta di diritto.

Permettetemi, in chiusura, una piccola nota personale. Chi fa, o vorrebbe fare, questo mestiere non può fare a meno di doversi confrontare con il popolo del web, con i social a fare da cassa di risonanza delle idee e opinioni più disparate. Da qualche settimana, diciamo pure dallo scoppio del “caso Alves”, mi ritrovo a dibattere (anche internamente alle chat redazionali di Juventibus) con chi non apprezza il mio rivolgere critiche alla società sulla gestione di determinate questioni (nella mia somma ignoranza di quel che accade nelle stanze dei bottoni e limitandomi a quello che posso intuire dal mio punto di vista), legate a rescissioni accordate troppo frettolosamente, alla volontà del calciatore messa davanti anche ai propri interessi, alla ricerca di determinati profili che non avrebbero più motivo d’essere nel calcio del 2017, al nostro non poter disporre di riserve adeguate  a causa di investimenti rivedibili su certi giocatori, al già citato tema della nostra reale dimensione nello scacchiere europeo. Non sarebbe sto gran problema se non fosse che, nella maggior parte dei casi, si sfocia in un’assurda guerra tra fazioni in cui chi osa non allinearsi al pensiero comune del “va tutto bene” a prescindere viene additato come pericoloso eversore da evitare e, magari, ridicolizzare (altrove hanno persino dedicato un articolo a due miei post sui social, ribaltandone il significato a proprio uso e consumo, in una mossa che travalica il buon gusto: ma questa, come cantava qualcuno dalle mie parti, è tutta un’altra storia), rintanandosi nel confortevole rifugio del comune sentire e della massa che ti appoggia. Faccio sommessamente notare quanto segue: per me l‘attuale dirigenza della Juventus è la migliore possibile per questa epoca storica, con un rapporto costi/risultati spaventoso. Ma sbagliano anche loro: perché sono umani, perché è normale che sia così, perché non sempre il giochino del parametro zero al posto giusto riesce e non sempre per un Pogba che esce ci sarà un Higuain che entra. Non fa nulla, né inficia i successi ottenuti negli ultimi sei anni. Ma giustificare a prescindere solo sulla base di questi, evitando accuratamente di dire che si, anche Marotta & co. possono commettere errori, è paradossalmente più grave di qualunque cessione di Bonucci al Milan. Perché dal “va tutto bene” al vaso di Pandora scoperchiato in queste ore è un attimo. E anche gli aziendalisti duri e puri possono scontrarsi con la realtà. Facendosi male. E tanto.