Bonucci, l’europeo

di Giulio Gori |

Leo Bonucci

Il mantra di mister Allegri è che per giocare contro le grandi d’Europa devi accettare anche situazioni in cui si difende uno contro uno, senza la canonica superiorità numerica. Un modo per indurre più uomini a restare sopra la linea del pallone, ma anche per motivare difensori che, nel tempo, si sono dimostrati ai vertici del calcio mondiale. Oggi la Juventus affronta la sfida delle sfide. Con la consapevolezza di giocarsela alla pari contro i fuoriclasse del Real Madrid. Un processo di crescita che parte da lontano e che, pur con una profonda ristrutturazione della squadra, vede nel pacchetto arretrato la costante e anche il vero grande punto di forza.

Simbolo di questa Juventus, giocatore fondamentale e perfetta incarnazione della filosofia di Allegri è Leonardo Bonucci. Dopo l’annus horribilis con Delneri, per il centrale c’era aria di bocciatura senza appello. Ma, grazie a una capacità mentale fuori dal comune e grazie a un ruolo ritagliato ad arte da Antonio Conte nella nuova difesa a tre dei bianconeri, per Bonucci si è aperta un’epoca nuova. Per merito dei suoi piedi -fantastici per un difensore – è diventato il regista aggiunto della squadra; e per merito del suo spiccato senso della posizione è diventato il riferimento per presidiare gli spazi lasciati dai compagni di reparto, dediti invece a marcature aggressive.

Nel calcio ci sono pochissime cose più complicate che prevedere la crescita di un difensore. Di un attaccante è facile intuire le doti tecniche. Ma in un lavoro fatto più di costanza che di acuti, solo il tempo è sovrano. E nei tempi lunghi di Bonucci, la sua esplosione nel primo triennio è stata senza pari nella storia recente del pallone. Eppure certe amnesie sembravano pesare fino al punto da non far intravedere ulteriori possibili margini di crescita. Quando giochi in partite a eliminazione diretta, infatti, le sbavature contano tantissimo. Ma tre anni dopo, il centrale bianconero è ormai entrato nell’empireo del calcio mondiale: sicuro e costante, corteggiato dalle grandi d’Europa, è semplicemente il giocatore più importante della Juventus per la sua capacità di padroneggiare entrambe le fasi. Insomma, se nel primo triennio ha fatto cento passi, nel secondo in proporzione ne ha fatti dieci, ma certamente i più difficili.

A determinare questa crescita è stata senz’altro una mentalità e una determinazione fuori dal comune. Ma anche una scommessa di Allegri: anziché preoccuparsi dei limiti del giocatore, l’allenatore ha deciso di fare la stessa scelta del suo predecessore, ma con ancora più forza, ovvero anziché ritagliargli un compitino, lo ha caricato di un peso enorme per sfidarlo a fare cose di cui non era del tutto padrone. E Bonucci ha risposto con uno scatto in avanti, migliorandosi in modo probabilmente mai visto in un difensore di 27 anni. Fondamentale è stato l’esperimento della difesa a quattro. Non perché sia ontologicamente migliore o peggiore di quella a tre, ma perché per le caratteristiche di Bonucci è stata la palestra in cui imparare quello che gli mancava. Il centrale bianconero è lento, gli spazi aperti non lo aiutano e la soluzione a due centrali peggiora le cose. Questa soluzione gli ha imposto di lavorare sulle situazioni di difesa frontale. E Bonucci, fermandosi in mezzo al campo senza seguire la corsa dell’avversario ma “mettendo il piede” (una delle situazioni più difficili che esistano nel calcio), ha raggiunto livelli di efficacia che non è una bestemmia paragonare a quelli di Paolo Montero. Non solo, Bonucci – per una questione generazionale e di ruolo ricoperto in gioventù – non sa marcare: è il suo limite più grosso. Ma se la difesa a quattro aumenta le situazioni di uno contro uno sui cross dal fondo e Bonucci continua irrimediabilmente a non marcare mai l’avversario, la sua capacità di oscurarlo è cresciuta moltissimo. Non ha imparato a marcare, ma ha imparato a ridurre, ricucire, le distanze.

Oggi, una Juventus capace di accettare di giocare uno contro uno anche con le grandi d’Europa è pronta per Cardiff. Da Bonucci passeranno i palloni più scottanti e più importanti, su di lui – difesa a tre o a quattro che sia – pesa la responsabilità di tener cucito il reparto con cui i bianconeri hanno fatto fin qui la differenza. E di far respirare la Juve, far partire la scintilla del gioco, tra giropalla lento e verticalizzazioni. Anche rispetto alla Champions di due anni fa, i passi avanti – di Bonucci e della Juventus – sono tanti. Nessuno dimentica quanti contropiede subimmo a Madrid quando eravamo sotto di 1-0. Nessuno ha scordato le ripartenze del Barça quando i bianconeri si fecero ingolosire dal sogno. Stavolta la Juventus, al di là dei tantissimi meriti di attaccanti formidabili, appare di gran lunga più quadrata.

La perfezione non esiste e – lo diciamo per gli scaramantici – l’errore è sempre in agguato anche per i più bravi. Ma una cosa è certa, Bonucci è di quella brutta razza che se anche fa un disastro non si scompone di una virgola, non si fa prendere dalla paura. Anzi, aumenta la cattiveria, la voglia di rifarsi, prende per mano i compagni e li porta venti, trenta metri avanti. Centimetro dopo centimetro. Nello spogliatoio il leader è Buffon. Ma in campo un portiere non gestisce il pallone, non lo rincorre, non lo nasconde, non lo fa schizzare in mezzo alle gambe o sopra la testa degli altri. Bonucci sì. Bonucci è di quella brutta razza dei Platini, dei Vialli, dei Conte, dei Nedved, dei Cannavaro, dei Del Piero, dei Tevez, che in campo – fuoriclasse o buoni giocatori non conta – ti volti a guardarli negli occhi perché sai che nei loro occhi trovi le certezze di cui hai bisogno. Perché in campo sono i capi. E sappiamo tutti quanto ce ne sia bisogno in battaglie come quella di Cardiff.