Bernardeschi non è Baggio

di Riceviamo e Pubblichiamo |

bernardeschi

No, non lo è e probabilmente non lo sarà mai. Eppure le similitudini ci sarebbero, così come le ragioni per sovrapporre le carriere che hanno percorso il divin codino ed il nuovo gioiello del calcio nostrano. Roberto Baggio e Federico Bernardeschi, dunque, due ragazzi di epoche diverse accomunati dalla passione per il gioco del calcio, quel gioco in cui la fantasia è sempre al primo posto ed il talento non può essere un problema, semmai la soluzione.

 

Lo è stato moltissime volte per le squadre e per gli allenatori del codino magico, per troppo tempo in difficoltà nella collocazione tattica dell’astro di Caldogno nel 4-4-2, schieramento più in voga all’epoca. Eccessivamente offensivo e poco incline al sacrificio, si pensava, per giocare quarto di centrocampo a sinistra e troppo leggero per occupare una delle due posizioni in attacco. Quando, però, poi, gli veniva data la possibilità di mettere piede in campo, le questioni tattiche ed ogni altro tipo di riserva andavano a farsi benedire perché come lui al mondo ce ne erano pochissimi.

 

Lo è stato in parte e, ne sono convinti in molti, lo sarà in futuro anche l’estroso calciatore originario di Carrara (Comune che non può che generare pensieri felici in ogni tifoso della Juventus, dal momento che proprio da quelle parti viene un certo Gigi Buffon).

 

La storia, quindi, si ripete e tutti (a Torino) felici e contenti? Che la storia si ripeta (e cioè il passaggio del numero 10 viola alla corte della Juventus) è possibile, stando alle ultime ed insistenti voci di mercato. Che siano e saranno tutti (a Torino) felici e contenti, un po’ meno. Dipende da cosa ci si aspetta perché Bernardeschi non è Baggio, non lo è ancora e, probabilmente, non lo sarà mai. E’ un buon giocatore, un ottimo prospetto ma il codino magico, nonostante i due gravi infortuni al ginocchio rimediati neanche a 20 anni, era, probabilmente, di ben altro spessore già agli albori della propria carriera.

 

Questioni tattiche – E’ vero che la sua collocazione sul manto erboso ha più volte messo in difficoltà i tecnici che lo hanno avuto tra le proprie fila ma il ruolo di Baggio è sempre stato chiaro. Si trattava di un attaccante, seconda punta per la precisione, che, in virtù della straordinaria tecnica di cui era dotato, avrebbe potuto essere impiegato anche da trequartista o da centravanti. E’, però, parso chiaro fin dalle prime apparizioni quale compito fosse a lui più congeniale. Uno specialista, insomma. Il ruolo di Bernardeschi, invece, a 23 anni compiuti è ancora indefinito. Ha fatto l’esterno d’attacco di destra, di sinistra, il tornante del 3-5-2, il trequartista, alcuni lo vedono pivot offensivo mentre altri sarebbero disposti a giurare che la sua posizione ideale è quella di mezz’ala sinistra di un centrocampo a tre. Duttilità, quindi? Non proprio. Un giocatore è duttile quando ha una specifica collocazione ma può essere schierato con profitto anche in altre zone del terreno di gioco. La sensazione che fornisce Bernardeschi, invece, è quella di un calciatore che non ha ancora trovato il proprio ruolo ideale, il che è ammissibile a 18-19 anni, un po’ meno a 23. In quest’ottica, benissimo potrebbe fargli la cura di Massimiliano Allegri, che già in passato si è dimostrato un maestro nel dirimere le più disparate controversie di natura tattica.

 

Spessore – Nel momento del suo passaggio alla Juventus, Baggio aveva già disputato tre campionati di serie A ad alto livello (formalmente erano cinque ma nei primi due il numero 10 era rimasto ai box causa infortuni) e siglato 39 reti, tra le quali quella meravigliosa del San Paolo al cospetto di Diego Armando Maradona. Magie, assist, giocate e gol a ripetizione, per una crescita costante che aveva trovato il culmine, limitatamente al periodo toscano, nella stagione 1989-90, quando l’appena ventiduenne Baggio aveva chiuso il campionato con 17 segnature all’attivo, secondo solo a Marco Van Basten ma davanti al Pibe de Oro, fermo a quota 16.

Per lui niente appariva impossibile: alle retroguardie avversarie non bastava, infatti, sottoporlo ad asfissianti marcature perché se lo spazio per battere a rete non c’era, ecco che il divin Codino aveva già individuato il corridoio giusto, il pertugio invisibile ai più, per mandare in porta il fortunato compagno di turno. La sfera, infatti, andava, ed è sempre andata, dove voleva lui, su azione ma anche da palla ferma, con i portieri che gli si opponevano mai completamente al sicuro. Qualità balistiche messe in mostra anche nel palcoscenico europeo: grazie al suo apporto, la Fiorentina è, infatti, arrivata ad un passo dalla conquista della Coppa UEFA di quella stessa stagione, con il sogno che si è infranto solo in finale per mano della Juventus, lo stesso club che qualche settimana dopo le avrebbe portato via anche il nuovo fenomeno del calcio italiano. Un giocatore pronto, fatto e finito, che si era consacrato anche al di fuori delle Alpi, come confermato dal “Trofeo Bravo”, premio assegnatogli dal Guerin Sportivo in qualità di miglior giocatore under 23 delle coppe Europee.

 

E Bernardeschi? L’attuale numero 10 della Viola, che rispetto al predecessore si sta misurando in una serie A di ben più basso livello rispetto a quella dell’epoca a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, non pare ancora un giocatore compiuto e definito. Anche in questo caso le qualità non mancano ma il talento è lungi dall’essere sbocciato, complice, probabilmente, la duttilità (?) che ne ha caratterizzato le due stagioni di Serie A che fino ad ora ha disputato. Nonostante l’evidente crescita degli ultimi 12 mesi – ed i numeri (10 reti e 4 assist in campionato) lo confermano senza timore di smentita – il calciatore difetta ancora di personalità e continuità di rendimento. Troppe volte, infatti, Bernardeschi non ha risposto presente, fallendo proprio quegli appuntamenti nei quali il suo apporto non sarebbe dovuto mancare. Lo smoking bianco non sempre è la scelta migliore, risultando preferibile, a volte, una meno elegante ma più opportuna tuta da lavoro. Ed a Torino, questo, hanno dimostrato di saperlo bene. A poco servono la buona corsa ed i pregevoli guizzi se poi la palla non viaggia veloce verso il compagno meglio posizionato. Inutili risultano anche gli insistiti uno contro uno se poi viene preferita la soluzione meno opportuna o più complicata. Perché alla Juventus vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta e per primeggiare bisogna mettere da parte i fronzoli a beneficio della sostanza e della concretezza. Concretezza che, da un certo punto di vista, oggi è rappresentata dai 40 milioni più bonus richiesti dalla Fiorentina, cifra spropositata secondo i canoni del bel paese e del buon senso ma che assume una certa congruità nel calcio drogato dai milioni immessi sul mercato dai club esteri.

 

Al momento, dunque, Bernardeschi non è un grande giocatore ma solo un progetto di grande giocatore, un ragazzo che deve ancora farsi ma che per affermarsi deve correggere alcuni aspetti sia del suo carattere che del suo gioco. Un gioco elegante ma a tratti irritante, che ti ammalia ma, allo stesso tempo, ti tradisce, rivelandosi più filosofia che prosa. Ed è quindi per questo che Bernardeschi non è e probabilmente non sarà mai come Baggio.

 

Di Giovanni Lentini