Epifania, che Bergomi si porta via

di Aulo Cossu |

La Befana, diciamocelo, si presentava tutt’altro che in discesa. Giornata perfetta per l’Inter, che nella assordante grancassa mediatica si sarebbe accomodata sul divano per il big match serale dopo aver agevolmente spezzato le reni alla truppa di Ranieri, oltretutto distratta dalla accattivante trattativa per il ritorno di Quagliarella a Torino. Il Napoli delle tante asl, dal canto suo, aveva già staccato la Juve, regolando agevolmente al San Paolo (vecchia denominazione) il malcapitato Spezia. E il Milan, focolaio permettendo, correva verso la eliminazione della Juve dalla corsa scudetto, con i suoi canti sul pullman segno di gruppo granitico e la oliata macchina da gol messa su da Pioli, forte di 27 risultati utili consecutivi.

Su Sky si gongolava nonostante i due positivi del Milan, e nella tarda mattinata Giancarlo Padovan si diceva sicuro della vittoria dei rossoneri, evento che insolitamente non mi induceva a precipitarmi a scommettere sul 2 a San Siro. Dannata scaramanzia.

E invece, a partire dal molle rigore calciato da colui che qualcuno si ostina a chiamare “Nino Meraviglia” e dal successivo legno, la giornata si è andata dipanando come nemmeno il più ottimista di noi poteva immaginare: Inter battuta a Marassi in mezzo ai piccioni, con Arturo nuovamente incisivo (per i doriani) nei dieci minuti scarsi concessigli da Conte; Fiorentina tornata ampiamente sulla terra dopo i peana pre-natalizi; il Napoli-Asl trafitto dallo Spezia ridotto in dieci; e infine la tripletta bianconera a San Siro, con un super Chiesa e un Paolino in lenta crescita, sebbene si siano viste alcune consuete lacune e mancanze, che un Milan dimezzato non è stato in grado di sfruttare.

Ma il meglio doveva ancora venire, e immaginandolo mi sono sottoposto al Club di Sky, nel mentre i Trumpisti cercavano di imitare il colonnello Antonio Tejero Molina, il quale nel febbraio 1981, munito di tricorno di ordinanza, fece irruzione pistola in pugno nel parlamento spagnolo.

E Beppe Bergomi non ha deluso: livido di rabbia per il mancato sorpasso e per il sinistro avvicinarsi della Juve, ha quasi implorato di smetterla di mettere pressione all’Inter, che a suo dire avrebbe una rosa “pari a quella delle altre”, tutte onerate di dover vincere lo scudetto, compreso il Milan, che lui da quattro mesi sostiene essere la candidata per il titolo. Capello, Del Piero e perfino Piccinini lo hanno scherzato, ma lui, pervicace, insisteva, quasi disperato.

Ma le mie pabergomirole, ne sono consapevole, paiono inevitabilmente insufficienti a descrivere le labbra serrate e l’eloquio quasi tremulo dell’ex terzino interista, espressione di un delirio tifoso che, unitamente a un doveroso minuto di silenzio per Padovan, mi ha mandato a dormire con il perdurante ghigno che tutti noi Juventini portiamo dal lontano 6 maggio 2012, in quel di Trieste.

E che dobbiamo continuare a portare, perché ce lo alimentano con grande continuità.


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