Benvenuto a Sarri (ma non al sarrismo)

di Massimo Zampini |

Me li ricordo bene, quei giorni di luglio del 2014.

Me li ricordo per tre motivi.

I primi due li conoscete tutti: va via l’allenatore che ti ha riportato al tuo posto, quando pensavi che non ci saresti tornato mai più, e arriva un tecnico che non ti entusiasma, inducendoti a ritenere che quegli anni d’oro sono forse destinati a terminare a breve.

Il terzo motivo è Iturbe.

Vivo un’esperienza strana, in quei giorni: pur tenendomi alla larga dal calciomercato, vengo a sapere da una umile fonte che I’argentino non andrà alla Juventus, come riportano quotidianamente quelli che non sbagliano mai, bensì alla Roma. Lo scrivo con mille cautele sui social: rischio il linciaggio virtuale da parte di juventini che mi vedono come un disfattista desideroso di creare ulteriore scontento in quei giorni già complessi. “Che ne sai te, se tutti quelli affidabili dicono che verrà da noi?”. Ogni giorno così: per tutti Iturbe va alla Juve, con dettagli sempre nuovi, io invece so tutto della trattativa che lo sta portando alla Roma. Alla fine va così ma, distratto come sono, mi scordo di fare il matto deridendo chi raccontava la vicenda in modo errato.

Poco male, non è questo il punto: via Conte, dentro Allegri, Iturbe alla Roma. Tutto in due giorni.

Che fine farai, povera Juve mia?

5 anni e 5 scudetti dopo, rieccoci qua. La Juve sceglie l’allenatore che non avrei scelto.

Da un punto di vista della preparazione, della passione, della fame, Sarri ha buone carte da vantare: i tre campionati con il Napoli tra gli 82 e i 91 punti e la complicata ma positiva stagione con il Chelsea sono esperienze che lo hanno consolidato ad alto livello; soprattutto a Napoli la sua squadra ha spesso divertito, con pochi infortuni e correndo fino alla fine della stagione, infischiandosene di sessioni di mercato non proprio galattiche.

Le deludenti e rassegnate campagne europei del Napoli e il gioco – punto di forza sarriano- non sempre riconoscibile e scoppiettante del suo Chelsea (arrivato in finale di EL ai rigori dopo una sfida non entusiasmante contro l’Eintracht) possono costituire un allarme, ma la preparazione tecnica non è in discussione: Sarri è un bravo allenatore.

Però non lo avrei scelto.

Al di là delle mie simpatie o meno verso il personaggio, che rilevano il giusto, e prescindendo da alcuni comportamenti e frasi non proprio rispettosi nei nostri confronti, le mie riserve riguardano soprattutto la capacità di sopportare le pressioni di un ambiente come il nostro, in cui ormai, pure se vinci lo scudetto a marzo, una fetta di tifosi pretende la tua cacciata perché non si sta divertendo abbastanza e lo scudetto, si intende, lo vincerebbe pure loro nonna. Qui non c’è spazio per alibi, per calendari più o meno semplici, orari scomodi, rigori, arbitri e fatturato: si parla poco, si gioca per vincere, se arrivi secondo non troverai fuochi d’artificio e scuse varie a disposizione per addolcire quel piazzamento.

In breve, quindi: è il nome che sognavo? NOE’ un bravo allenatore? SÌ.

Hai riserve sul suo ambientamento? SÌ, per la pressione, non certo per tuta o sigaretta.

Rimane una domanda, più una considerazione finale. La domanda, intanto: e ora?

E ora si tifa per Sarri e per la sua Juve, non c’è neanche da chiederlo. Ora è il mio allenatore, lo tifo e basta, come ho fatto con Trapattoni, Marchesi, Zoff, Maifredi, Lippi, Deschamps, Ranieri, Ferrara, Conte, Allegri e compagnia. “Aziendalista”, “filosocietario”, mi risponde stizzito qualcuno, sbagliando obiettivo (essere ritenuto filosocietario durante l’era degli 8 scudetti partendo dalle ceneri è un onore) ma soprattutto sbagliando parola, perché quella giusta è “tifoso”. Perché non si danno patenti e si può tifare in mille modi: criticando, imprecando, giudicando, lamentandosi, esaltandosi, piangendo, gioendo. Ma partendo sempre da un dato comune: che si tifi, appunto, sennò bisogna trovare un’altra definizione, “tifoso” suona male per chi non tifa.

E io lo so che è un duro lavoro, difendere Allegri dagli #allegriout mentre sta vincendo a marzo il quinto scudetto di fila e tre mesi dopo, pur manifestando dubbi e riserve, difendere Sarri dai #sarriout preventivi, ma qualcuno deve pur farlo. Chi, se non appunto un tifoso?

E io non ti avrei scelto, caro Maurizio, ma per fortuna scelgono loro, che in questi anni hanno sbagliato raramente. Non ti avrei scelto ma avrai tutto il mio sostegno, già da oggi, anzi da ieri, dalle 15 del 16 giugno 2019. Avrai il mio sostegno esattamente come chi ti ha preceduto e chi ti sostituirà, speriamo dopo tanti successi.

Per chiudere, una postilla finale: tiferò per il nostro allenatore, ma scordiamoci il sarrismo. Fortunatamente stanno cominciando a farlo sparire proprio gli amici di Napoli, togliendo targhe, chiudendo pagine, gridando al consueto tradimento: insomma, dandoci una mano ancora una volta nello spiegare che i loro miti sono passeggeri, valgono solo finché non vanno dove non si vorrebbe.

E io in fondo li capisco, perché il sarrismo non esiste, non è mai esistito. E’ uno dei tanti trofei immaginari di chi in questi anni non ha vinto mai.

La fantomatica lotta a chissà quale Palazzo, l’eroe senza macchia contro i padroni, la rivoluzione, il bel gioco contro le vittorie: è roba appunto per chi arriva 2° o al più per i media che dopo 6, 7, 8 anni in bianco e nero non ce la fanno davvero più. Per chi è convinto che un’offerta della Juve si possa rifiutare per combattere chissà quale battaglia, quando allenare la Juve è il primo obiettivo di qualunque professionista in Italia, Sarri compreso.

Poco male per quelle pagine rimosse: cerchiamo di aprirne una nuova e vincere insieme.

Da queste parti, nella storia, si entra solo così.