Bene il Monaco perché siamo pronti. Ma quanto pronti?

di Luca Momblano |

 

Poche ciance, il Monaco era la migliore pescata possibile. Era anche il sorteggio meritato, dopo il quarto di finale contro il Barcellona. Soprattutto per come è andato, con la casella zero nei gol subiti (la maiuscola al piccolo grande Capolavoro), per la padronanza dell’intero recinto di campo, per lo scacco tattico, per la scintilla Dybala e via dicendo.

 

Era la migliore pescata possibile, anche se le semifinali sono una pagina nuova. Inutile discernere sui perché, aggrapparsi a ragionamenti di logica forzata: il Monaco è inferiore alla Juventus. Le è inferiore in quanto a tecnica, tattica, esperienza, consapevolezza, strumenti. Degna avversaria, rivelazione europea della stagione, nelle quattro con merito ed entusiasmo, la favola monegasca non va scambiata e vissuta per quello che era nel 1998 e neppure per quello che racconta la nuova frontiera del calcio hipster.

 

Però la Juve oggi è la Juve di una volta. Anzi, più pronta alle trappole, più frenetica di arrivare a rigiocarsela ma anche più arrabbiata. Più pronta. Ragion per cui affrontare la squadra di Jardim (portoghese, nato e cresciuto in Venezuela, allenatore puro, logico, astratto e infingardo con il tipico pensiero a tre dimensioni, inclusa la dimensione del sogno, tipica di chi non è stato calciatore) fa da secondo step di sopravvenuta maturità, dopo la gestione del 3-0 interno contro l’attacco e l’ambiente più temuto e applaudito al mondo. Due step che nella sostanza si equivalgono.

 

Più pronti, ma quanto pronti?

Definitivamente pronti?

Scacciando le streghe dell’eventuale finale e con lei tutti gli aneddoti e i ricorsi, alla prima domanda non ci sarà risposta se non eventualmente al risveglio del 4 giugno.

Alla seconda risponderà l’appuntamento con una storia già scritta.

Eliminare i più deboli sulle due partite.

Rendere la Juve una scienza esatta.

Lasciar loro i meritati applausi.

Dare ragione ai bookmakers.

Sconfinare nel normale.

Esserci.