La bellezza di una vittoria sporca

di Riceviamo e Pubblichiamo |

di Nico Domenicano

Lazio-Juve per una volta non lascia una scia velenosa di (inutili) strascichi arbitrali e (pietose) polemiche social-mediatiche, al di là di marginali commentini sul “rigorino”.

Al contrario il tema, ovviamente, per stavolta è il “CULO della juve”, altra variante del filone del mancato riconoscimento dei meriti, oltre alle classiche diatribe interne al tifo conseguenti non più ad ogni sconfitti, né tanto meno ad ogni punto perso ma, in questo caso, ad una vittoria immeritata.

Il dissenso va rispettato, le critiche costruttive vanno incoraggiate, il malessere va contestualizzato. Tuttavia anche il gusto di una vittoria immeritata e sporca, anche se dopo una gara che ci ha lasciato tutti molto perplessi, dovrebbe vederci ottimisti e positivi, soprattutto guardando il percorso degli ultimi anni. La reazione contraria di parte del tifo bianconero va ad alimentare, quasi a “legittimare” in certi limiti quei critici “ad artem”, va ad allearsi con la diffusione di “pensieri cattivi” ed esaltazione dell’antijuve di turno, fino ad arrivare ad allusioni suoi “veri motivi” per cui la Juve domina.

Può sembrare stucchevole ricordare da dove la Juve è “ripartita” negli ultimi 10 anni, da Rimini, da Paro, Boumsong, Molinaro, Grygera e tutti gli altri e basta guardare le milanesi, che hanno una storia e un bacino d’utenza paragonabile ai nostri, dibattersi dopo un decennio ancora in piena mediocrità per apprezzare ancora di più il percorso fatto.

La bellezza fulgida nel ricordo dello Scudetto numero 30, il “primo” post-calciopoli, la passione che ci vide tutti, indistintamente, uniti nella bellezza e nell’esaltazione di quell’anno, gara dopo gara, si è via via smarrito, anche record dopo record, rimonta dopo rimonta, trionfo dopo trionfo. Quella Juve tornò a vincere dopo un lasso di tempo che ci sembrò infinito (6 anni) e che invece è ormai più breve del tempo trascorso a vincere degli ultimi 7 anni.

Abbiamo passato meno anni a soffrire e molti più anni ora a gioire, a tal punto che la gioia è diventata noia e si è andati in là con le pretese, con la distorsione della realtà. La realtà è invece anche fatta di gare sporche, di vittorie immeritate, di gare come Lazio-Juve. La realtà è anche vincere giocando male per una volta, nonostante i campioni e la superiorità schiacciante, perché la stagione è una maratona. La realtà è soffrire e applaudire una Lazio che gioca una gran partita ma anche, in parte, fare un plauso ad una squadra, la nostra, che pure in difficoltà, pure fortunata, pure sottomessa, trova comunque la forza di non morire, di soffrire, recuperare e VINCERE.

Il finale di Lazio-Juventus non può non restituire a TUTTO il tifo bianconero un gusto particolare, un appeal che ormai sembra essere accantonato: quello della vittoria in campionato. Quella realtà ci dice che non è “normale” vincere ed è straordinario “rivincere”, anche se ormai ci siamo abituati, soprattutto è anormale vincerle tutte, senza stop o brutte partite, soprattutto se l’obiettivo è quello di arrivare al meglio in quelle gare decisive per quel trofeo così agognato in questi anni.

E poi, se ci si rammarica per sconfitte immeritate nel finale (come contro Mourinho) in cui la critica è comunque quella di non averla chiusa, di essersi abbassati, di essere stati polli, allora non si può davvero non apprezzare in parte una vittoria “fino alla fine”, con la bellezza tutta particolare dell’esultanza quando non ci credevi più. Se lo capisci quel motto e lo senti e vivi davvero, non si può davvero non trovare il lato positivo anche in una serata negativa. In caso contrario, bisogna farsi due domande.

“Fino alla fine non è un motto, ma uno stato d’animo”.