Bastone e carota: visioni sul doppiopesismo di Allegri

di Juventibus |

E’ tempo di Champions, di dribbling, di invenzioni, di intuizioni geniali e di eroiche resistenze agli assalti delle grandi d’Europa.
Il sorteggio sotto questo punto di vista è stato benevolo, se non nella difficoltà della gara, quantomeno nella tipologia dell’avversario.

Il Porto gioca bene a calcio e si difende bene, non sostiene ritmi forsennati, non va a caccia della palla pressando il portiere avversario, non è squadra che fa della distruzione del gioco il suo perché. Ci sono tutti gli ingredienti, pertanto, per osservare una gara  dall’alto contenuto tecnico, giocata a ritmi non superflui, in cui il gesto del singolo venga compreso non solo nell’intenzione ma anche nell’esecuzione; sarà una partita tattica, dove prevarrà la squadra più forte e non quella più fresca, come in tutte le gare dove non regna l’intensità senza palla.

Il match contro i lusitani è la vetrina perfetta per i colpi di Dybala e Pjanic, in primis, e per la nuova conformazione dell’equipe bianconera, di conseguenza, prevalentemente tecnica e di pensiero, soprattutto rispetto al passato recente, fatto (purtroppo) più di lotta che di governo.

La Juve costruita da Allegri nella versione  4-2 e poi vediamo,  si presenta in maniera reazionaria rispetto alle squadre moderne, fisiche ma tecnicamente scolastiche. Assomiglia in alcuni interpreti e per la disposizione al Brasile degli anni ’70; si ricerca la qualità delle giocate, i ritmi non sono mai elevati senza palla, si accelera con la stessa. Gioco lento quanto veloce, si accelera grazie alla genialità degli interpreti che rischiano la verticalizzazione risolutoria, o alle discese prevedibili quanto imprevedibili al tempo stesso di Cuadrado (vero valore aggiunto), eseguite con raffinata abilità tecnica in velocità. Per il resto si nota un controllo ordinato del territorio e poca quantità, il massimo comun divisore è la qualità. Questo modo di giocare sposa alla perfezione le caratteristiche degli interpreti, che anzi l’unica partita giocata a “braccio”, facendosi trasportare dalla fisicità dei nerazzurri di Milano, ha messo in mostra le lacune dal punto di vista dell’intensità e della distruzione del gioco di questo nuovo nucleo.

Quello giocato da Dybala e compagni è un calcio portoghese, per questo la sfida contro il Porto sarà tra due squadre speculari, sia nella costruzione che nelle intenzioni.

Se per il nuovo stile andrà per sempre tributato un ringraziamento ad Allegri, perchè sono gli avversari a dover rincorrere e non la Juve, perlomeno contro le squadrette (e questo è già è un passo avanti), lasciano alquanto discutibili i metodi di gestione dei giovani in generale e nello specifico di Marko Pjaca , talento cristallino in grado di utilizzare sinistro e destro come se fosse uno scherzo, che ha tempi di gioco da iniziato, che salta l’uomo con una facilità disarmante e sa giocare a campo aperto ribaltando l’azione, se ci si limita agli spezzoni disputati.

Senza riportare il numero di palle gol create in ogni singolo spezzone del giovane bianconero (via la matematica dal calcio, per favore), chi osserva ha negli occhi il peso offensivo della squadra per la sua sola presenza. La Juve con Pjaca in campo ha un attacco completo, capace di creare un’occasione alla minima distrazione dell’avversario e di essere efficace in contropiede. Si ricordi la gara con la Lazio, per esempio; la Signora segna due gol e crea tre occasioni nitide in 83 minuti. Dopo l’ingresso del numero 20, i bianconeri creano tre situazioni davanti al portiere in cui Pjaca stesso costruisce e conclude l’azione (male per il vero) nei restanti dieci minuti, mostrando lampi di calcio letale, gustabili solo in quel di Madrid, sponda nobile.

Volendo tralasciare  l’eventuale apporto del giocatore, per chi scrive fondamentale, vi è il fondato timore di un nuovo caso Coman.
Il “tecnico” bianconero ha dapprima tessuto le lodi del croato, parlando di “predestinato”, per poi tenerlo in disparte dal progetto come un Gabigol qualunque, salvo poi bastonarlo in conferenza stampa, in maniera discutibile: “Il calcio non è solo tecnica e Pjaca deve crescere”.

L’asserzione presta il fianco ad una replica semplice quanto efficace: “Il calcio non è solo ardore agonistico, Mandzukic deve crescere”. Gli orrori tecnici del croato esperto nel calcio giocato palla a terra, invero, sono evidenti, tant’è che da quando si è passati al 4-2-3-1, solo un gol è arrivato da sviluppo dalla fascia di sua competenza.

Tralasciando le provocazioni, emerge il doppiopesismo di dubbio gusto nel trattamento dei giocatori e nelle dichiarazioni da parte dell’allenatore toscano.
Dybala e Higuain, nonostante si impegnino ultimamente di più, non sanno difendere, chi ha un minimo di nozioni calcistiche lo sa e lo vede, eppure giocano e nessuno fiata. Manzo non sa giocare a calcio nelle due fasi in quel ruolo (non ha nozioni di tattica collettiva nelle due fasi, non ha dribbling e tempi di gioco con la palla e non sa stare in campo senza, ci mette solo fisico, colpi di testa, tackle e corsa) eppure non solo le gioca tutte, ma non viene mai sostituito. Pjaca, che, en passant, ha più esperienza internazionale di Dybala, non vede il campo se non in partite dal basso contenuto agonistico e tecnico, o in situazioni disperate.  Non una lamentela, nonostante venga trattato come l’ultimo degli analfabeti calcistici, nessun muso lungo, al contrario degli intoccabili idoli della platea; comportamento impeccabile a cui non corrisponde un utilizzo dignitoso.

Il croato non è Gabigol, non è un fenomeno da baraccone. Marko faceva la differenza a suon di discese alla Jairzinho contro Spagna e Portogallo agli europei, contesto credibilmente un filino più probante della Serie A italiana, e va tutelato.  Non si chiedono regali o favori, si pretende che del talento non venga fatta carne di porco. Se non sa difendere glielo insegnino, ma va inserito perchè si diventa calciatori giocando, non solo allenandosi.

Sembra quasi, paradossalmente, che avere tecnica e velocità sia un dettaglio e difendere sia il primo obiettivo di un giocatore creativo, in totale controtendenza rispetto a quanto si ritiene nelle squadre che ottengono grandi risultati nelle coppe.

Allegri ha abituato ad una pessima gestione dei giovani talenti offensivi.
Morata fatto fuori in favore di Manzo, richiamato nell’emergenza a Torino contro il Bayern, al sessantesimo minuto, sotto 2 a 0, e a Monaco dall’inizio, è stato sostituito  quando il risultato era  4 a 2 per la Juve. I dibattiti sui se e i ma di un’intera stagione, non solo della singola gara, pertanto, non appaiono affatto sterili. Coman, ala tradizionale, fatto giocare spalle alla porta nel 352, fatto entrare in campo contro la Fiorentina per poi sostituirlo dopo dieci minuti causa inferiorità numerica, due giocatori da Bayern Monaco e da Real Madrid, non si capisce come non da Juventus.  Eppure  questi club vincono le coppe ogni tanto e negli ultimi 5 anni sono arrivati in semifinale stabilmente.

Per questo, quando si sente parlare di “bastone e carota”, le sinapsi prudono innanzi alla disonestà intellettuale che imperversa tra opinionisti, addetti ai lavori e tifosi vicini alla Vecchia Signora; è lampante,al contrario, che vi siano due pesi e due misure nella gestione dei giocatori da parte del mister bianconero, e questo riguarda non solo Pjaca e i creativi ma anche Sturaro.

Del gregario ligure il livornese ebbe a dire dopo il derby: “L’ho tolto perché controllava il pallone al contrario”. Lichsteiner e Chiellini non si comportano diversamente da Sturaro in termini di pulizia tecnica, eppure parlare in questi termini di due colonne del quinquennio suonerebbe come blasfemo.

In conclusione, si nota una scarsa voglia di insegnare calcio (Dybala il destro in conduzione non sa cosa sia, parlando di un giocatore a cui si perdona tutto, anche la maleducazione), di rendere i giovani talenti giocatori veri, e, per contraltare, un’eccessiva tutela di giocatori che sì danno tutto, ma palesano limiti oggettivi che non vengono sottolineati. E pure il compito di un allenatore dovrebbe essere quello di massimizzare il potenziale, non guardando la carta d’identità. Il rischio di perdere possibili campioni, per una società non ancora al top ma in costante risalita, non può passare in cavalleria.

Allegri deve crescere, come uomo e come allenatore, se ci si attiene ai fatti, visto che non ha vinto nulla a livello internazionale e che i giovani migliori avuti a disposizione in questi anni sono tutti migrati verso altri lidi sposando progetti di tecnici magari meno diplomatici, ma più giusti. E non si tiri fuori in contraddizione la recompra di Morata; un giocatore se vuole può, vedi Berardi.

 

Di Pjacaicon10 alias Federico