Barzagli? Buffon? Non è la stessa cosa

di Giulio Gori |

Quello lì è finito. No, non è vero, è ancora forte. Macché, è bollito. Ma se mangia ancora la pappa in testa ai ragazzini. Discussioni da bar che durano ore e che non finiscono mai. Quando un giocatore arriva a una certa età, ecco spuntare inevitabilmente un tale a dirvi che è arrivata l’ora del de profundis. E guardate bene, vero o no, quel tale ha sempre ragione: se non ce l’ha ancora, ce l’avrà presto. Primo a poi, arriva per tutti il momento dei saluti. Ma a volte, specie per i più bravi, è bello poterlo ritardare ancora un po’. Alla Juventus ci sono due grandi vecchi. Barzagli e Buffon. È su di loro che si concentra l’attenzione di tutti. Ogni incertezza, ogni piccolo errore, ogni battito di ciglia, viene vivisezionato. Quante volte abbiamo sentito da qualcun altro quella parola che ci provoca dolore fisico, come se ci offendessero un famigliare, come se ci strappassero un pezzo dell’anima. È finito? No, non è vero: la reazione istintiva, in molti, è la negazione. A volte a ragione, a volte di fronte all’evidenza contraria. Ma sono davvero finiti?

Andrea Barzagli nella seconda metà della scorsa stagione è stato oggetto dei primi, pur contenuti dubbi. Una mezza partita sbagliata da terzino è bastata a far partire la cantilena dei rottamatori. Poi la finale di Cardiff, nel disastro generale, lo ha visto come bersaglio prediletto di molti. Per lui, una partita brutta, ma anche diversi alibi tattici che non è il caso di affrontare qui. La nuova stagione è quello che conta. E la partita che fa da primo spartiacque del bene e del male è la tremenda uscita con la nazionale contro la Spagna. Barzagli è il migliore degli italiani, ma la prestazione in sé conta poco (anche perché in quel contesto ci vuole poco a essere il meno peggio). Quel che conta sono due fatti: primo, un’accelerazione del mostruoso Morata sulla trequarti su cui il nostro 36enne rimonta in modo prodigioso. Fantastico! Il secondo fatto sono due lanci lunghi su Asensio; Barzagli in entrambe le occasioni si dimostra incerto, per paura di andare a vuoto e di essere saltato esita, mette la testa, poi la toglie, e lo spagnolo riesce a controllare di piede entrambi i palloni. Brutto!

L’integrità muscolare è ovviamente imprescindibile per giocare ad alti livelli, ma l’incertezza su due interventi facili è la migliore cartina di tornasole di un scricchiolio fisico. Barzagli comincia a cedere? No, una volta assorbita la preparazione, il centrale torna sui livelli di eccellenza sempre dimostrati. Prima con la Fiorentina, poi con l’Olympiakos, fa due prestazioni magistrali condite da perle di rara bellezza. Un anticipo di testa su Simeone con una sospensione degna di Alan Shearer, e un doppio sombrero su Emenike che fanno cantare le ritrovate certezze mentali. Eh ma quegli avversari non sono fuoriclasse? Meglio, perché con i fuoriclasse perdi la sfida una volta su due, anche se ti chiami Barzagli.

Sono i giocatori rognosi, quelli che devi dominare, ma non è scontato che tu domini, a fare da vero termometro della situazione. Sia chiaro, un processo di declino non è mai lineare, c’è sempre un andamento sinusoidale prima del grande e brusco tracollo. Ma proprio per questo Barzagli sembra ancora lontano dall’orlo dell’abisso. Anzi, rischia ancora di essere il miglior difensore italiano e tra i migliori d’Europa. Qualcuno obietterà che come terzino non è quel fenomeno che è da centrale. A un centrale di ruolo di 36 anni volete chiedere anche se vi porta il cappuccino?

Gianluigi Buffon a gennaio farà 40 anni. Una leggenda vivente. Il più grande portiere di tutti i tempi, per distacco. In questo caso, prima di analizzare la situazione, è necessaria una precisazione: chi scrive, quattro anni fa di questi tempi, dopo che Buffon aveva inanellato una serie di prestazioni piuttosto invereconde e molti davano comprensibilmente per scontata la sua prossima fine, scrisse una lunghissima analisi tecnica proprio su Juventibus arrivando alla conclusione che i problemi erano passeggeri, rimediabili, e sarebbero stati superati. Così è andata: dopo quattro anni Buffon, altro che morto, è ancora titolare nella Juventus e in Nazionale. Ma ovviamente da molti anni, da molto prima di quattro anni fa, è in fase calante: è rimasto tra i migliori al mondo pur non essendo più il primo. E a testimoniarlo c’è del resto un fondamentale in cui anni fa era un mostro di clamoroso valore e che via via è andato perdendo: le uscite in presa alta.

Del resto, anche in termini di affidabilità, un sensibile aumento degli errori c’è stato, via via negli anni. Ma Buffon è un giocatore di intelligenza rara, ha migliorato col crescere la qualità dei suoi piedi, adattandosi alle esigenze del calcio moderno. E naturalmente mantiene intatte le sue prerogative irripetibili: la sconfinata capacità di lettura tattica delle azioni e una personalità che lo fa sembrare un gigante agli occhi dei compagni e degli avversari. Insomma, che non sia il Buffon della prima decade del nuovo secolo, è chiaro. Ma fino a qualche mese fa era di buon diritto ancora tra i primi al mondo. E la nuova stagione? I segnali purtroppo non sono buoni. Sappiamo tutti che per Buffon sarà l’ultima stagione, ma rischia di non essere una stagione semplice. Per lui e per la Juventus.

Le incertezze cominciano a essere troppe. E non è questione di gol subiti (pochi hanno ad esempio notato che la punizione del Papu Gomez che ha portato al gol di Caldara è stata deviata dalla barriera). Il punto è la gestualità: un portiere, sia quando sbaglia sia quando para, deve essere sicuro, il suo gesto deve avere rapidità, fluidità, limpidezza. Purtroppo Buffon, anche su molte parate efficaci, esita. Esita! Il suo gesto è sincopato, ci sono piccole ma percettibili correzioni.

Buffon non si sente del tutto a proprio agio. E questa è la maledizione peggiore per un portiere. Se vuole restare in alto fino a fine stagione, deve inevitabilmente trovare risorse nella sua straordinaria personalità, deve trovare certezze nella sua innata capacità di leggere le cose prima degli altri. Deve anche avere la fortuna di giocare la partita in cui esaltarsi, una nuova Lione-Juventus, in cui la sua testa ritrovi la confidenza che il fisico non gli sta in questo momento trasmettendo. Manca poco alla fine di una delle carriere più gloriose della storia del calcio. Manca poco. Ma il livello preteso nei prossimi otto-nove mesi è altissimo. Sta a lui nascondere gli scricchiolii. Ma deve nasconderli anzitutto a se stesso.