Perché Nicolò Barella sarebbe il nuovo Conte

Nicolò Barella, un nome come tanti altri. Un nome italiano, un cognome qualunque e fatto anche un po’ per giocarci sopra, un purosangue isolano. Un talento, dicevano in tempi non sospetti i suoi mentore (tra i quali l’ex responsabile del settore giovanile rossoblu Mario Beretta) nel percorso giovanile a Cagliari.

Ebbene, io non so dove giocherà Barella nella stagione 2019/2020, perché in realtà non lo sa neppure lui. Ma oggi so perché è un talento – e questo elemento base nella vita di un calciatore non garantisce un bel niente – e che cosa continua a catturare di questo indigeno, non più imberbe, che ha compiuto i 21 anni nel febbraio scorso. Ma, soprattutto, so perché sarebbe da Juventus così come lo era Antonio Conte nonostante i giustificati mugugni dei tifosi ai suoi primi passi in bianconero.

Mi spiego, anche se sono cambiati i tempi e al tempo con una segnalazione di fiducia e due osservazioni sul campo (epico fu Sergio Brio per conto di Giovanni Trapattoni in un Brescia-Lecce) l’affare lo si faceva. Sono cambiati i tempi e sono cambiati anche i prezzi. Sono cambiate le proporzioni e, checché ne dicano i più nostalgici, sono anche cambiate le dimensioni. Dunque mi spiego: Conte era poco bello a vedersi – faceva sensazione il suo ingobbirsi e il suo trascinare più che guidare il pallone – ed era, ci dicevano, un centrocampista che sapeva fare tutto ovvero niente di realmente specialistico. Si destreggiava a destra, perdonate il gioco parole, ma il meglio era da interno, da mezzodestro.

La faciloneria giornalistica – senza colpe e anzi divertendosi nel cercare di rendere idee attraverso il sogno e i paragoni – lo disegnavano come l’erede di un nobile del calcio come Franco Causio (cioè il prodromo di Donadoni, prima mezzapunta e poi, per il grande salto, ala destra su scala mondiale). Conte era l’esatto opposto, ma aveva quelle quattro cose che “alla Juve non sbagli mai”. E così Barella. Ecco perché, senza vanto perché si tratta di storie tutte da scrivere, in estate l’ho sempre esplicitamente preferito (in chiave Juve) a Lorenzo Pellegrini e Bryan Cristante. “Pellegrini il più bravo, Cristante il più completo, Barella il più forte”. E permettemi di dire che sui singoli, a centrocampo, preferisco sempre il più forte al più bravo al contrario invece di ciò che serve come collettivo sul campo.

Vi scrivo infine quelle quattro cose: il coraggio nel dinamismo, la dedizione nel migliorarsi, la voglia di arrivare e la convinzione nei propri mezzi anche all’interno della competizione di spogliatoio. Il saggio offerto da Barella fin qui resta ancora minimo, ma la capacità di caricarsi responsabilità reali a 20 anni in provincia e l’approccio con le nazionali (inclusa la maggiore) sono il segnale forte, vero, parallelo ma necessario che sta al fianco dei trasversali elogi per il saper fare spesso e volentieri prestazione raccogliendo ogni volta lo stimolo del nuovo livello. Insomma, un vecchio già da giovane nel ruolo più difficile di tutti.