Barca-Juve: 11 contro 100.000

di Sandro Scarpa |

 

SPAGNOLE

Dato: le spagnole hanno vinto le ultime 3 Champions ed Europa League e 5 CL ed EL negli ultimi 7 anni.

Controdato: la Juve è l’unica ad aver eliminato negli ultimi 4 anni una delle tre big spagnole, a parte gli scontri fratricidi.

Negli ultimi 4 anni infatti due volte c’è stato il derby di Madrid in finale, col Barca sempre eliminato dall’Atleti, mentre due anni fa, con la finale Juve-Barca, il Real aveva battuto Simeone ai quarti ed è stato sconfitto in semifinale dalla Juve, unica eliminazione di una big spagnola non in un derby. Anche il Bayern per 4 anni è stato eliminato dalle 3 spagnole (2 volte il Real, 1 volta a testa Barca e Atletico), due delle quali sono già in semifinale.

E’ un dominio spagnolo continuo, costante e inarrestabile. Le inglesi travolte sistematicamente, il PSG sempre distrutto, anche dopo un vantaggio abissale, il Bayern preso a schiaffoni da 4 anni. La Juve può essere l’unico freno ad una egemonia senza pari, unico baluardo contro un oceano straripante. Se l’eliminazione del Real di Ancelotti (post-Decima) venne fuori da una Juve alla fine di un ciclo (dei Pirlo-Vidal-Pogba e Tevez), questa Juve non è più un underdog, una scheggia impazzita, come il Dortmund di un lustro fa, ma è all’inizio di un nuovo ciclo di sviluppo, l’ultimo difficilissimo step di crescita europea dopo una supremazia eclatante in Italia.

Stasera non è solo una gara, solo il ritorno di un quarto di finale, stasera potrebbe essere la dimostrazione più lampante che la Juve è e resta l’unica risposta allo strapotere dei club spagnoli.

 

EVOLUZIONE

Abbiamo parlato di crescita, graduale espansione, sfida al Potere Ispanico. La Juve che si affacciava con orgoglio a Stamford Bridge 5 anni fa, aveva una difesa che avrebbe poi scritto la storia, un centrocampo di numeri 1 (Pirlo, Vidal) in attesa del fenomeno Pogba, ma davanti Vucinic, Giovinco, Matri e Quagliarella. Il ciclo di Conte partì benissimo ma incagliò in limiti strutturali e scarsa audacia europea. La cavalcata del primo anno di Allegri si concluse invece a Berlino contro una delle squadre più mostruose del decennio.

Diamo un’occhiata a quelle due squadre:

Juve:  Buffon   Lichsteiner Barzagli  Bonucci   Evra Marchisio Pirlo Pogba Vidal Morata Tevez

Barca: Ter Stegen  Dani Alves  Piqué Mascherano Alba Rakitic Busquets Iniesta Messi Suarez Neymar

La Juve di stasera avrà solo 2 titolari di Berlino, il Barca ne avrà 10, unico assente Dani Alves. E’ il dato che fa sperare di più (non per stasera, ma in generale): se ne cambi 9 e sei ancora lì vuol dire che hai una società fantastica. Vuol dire che col mercato, col lavoro e con la competenze sei lì ad insidiare spagnole e Bayern nonostante il fatturato ridotto, che hai raggiunto maturità e consapevolezza europea e ti rigeneri cedendo vecchi campioni o altri che vanno via pensando di poter vincere, ma finendo solo col guadagnare (poco) di più. Il gradino mancante, quello infinito che separa l’esserci dal vincere (che resta l’unica cosa che conta) è intriso di episodi e fortuna, ma quella te la costruisci sfidando la sorte, creandoti la fortuna: osando, giocando e attaccando.

 

CAMP NOU

Negli ultimi giorni nella testa di tutti noi si è insinuato in modo dapprima subdolo e poi soverchiante l’incubo Camp Nou, l’epica della remuntada, la leggenda fresca del 6-1 al PSG e quel misticismo della squadra che può tutto, dell’ambiente che genera vibrazioni che spingono palle in rete, mettono ali a chi indossa il blaugrana e veli davanti agli occhi di chi fischia. E’ la religione del Barcellona, il tempio solenne del tutto posssibile, gli unti del signore del pallone. Quella inesausta tensione all’attacco, al gioco, al provarci, al riuscirci. Si parla spesso di favori arbitrali, rigori, espulsioni, tuffi, gol in offside. E’ chiaro però che se una squadra di talenti offensivi tiene palla per 70 minuti gli errori arbitrali su falli commessi e cartellini ricadono a vantaggio di chi ha la sfera, se entri in area 30-40 volte con tanti uomini guizzanti, scaltri e rapidi, anche dieci centimetri di vantaggio e un contatto inducono a vedere un rigore che non c’è, se metti dentro 10 filtranti, è possibile che il segnalinee manchi un allineamento e dia un gol irregolare. Il difensore del PSG fa autogol sì, ma dopo una prodezza di tacco di Iniesta; l’arbitro vede un rigore farlocco sì, ma è Neymar ad incunearsi o Suarez a bruciare l’avversario prima di lasciarsi cadere. 

Quello che si vede, che viene fuori dal Camp Nou è razionale, oggettivo, è talento, classe, scaltrezza e magari anche errori difensivi altrui o arbitrali.  Quello che non si vede però, che genera tutto ciò, fa ancora più impressione. Quando è finita loro giocano, se è andata loro ci credano, accatastano ancora legna e paglia per un’eventuale scintilla, continuano ad infilare coltellini nei cavi per eventuali cortocircuiti. Il Barca al Camp Nou non è solo una squadra mai vista e ingiocabile davanti (lì dove, di fatto, si decidono le Champions) ma è una filosofia, un decennio di filosofia che squarcia una delle dimensioni calcistiche (la razionalità, la gestione, il controllo degli eventi) e arriva in una zona mistica in cui tutto è davvero possibile.

Luis Enrique è parso bullo a tanti “La Juve non è così più forte del PSG, la mia squadra può fare 5 gol stasera tranquillamente, possiamo fare 3 gol in 3 minuti”.  Ma pochi hanno riflettuto sul fatto che prima aveva detto “non abbiamo nulla da perdere, loro hanno la qualificazione già in tasca“. Il primo lo facciamo noi, il secondo il Camp Nou e il terzo vien da sè, tradotto per i rivali è “per quanto sia perfetto contro il Barca il gol lo possono inventare comunque, in ogni modo“, come un assist di Messi pressato da 4 che si infila tra selve di gambe e trova Iniesta, unico in campo, allo stadio e in TV ad aver intuito che la palla sarebbe arrivata lì. Poi il secondo step è “una volta sotto al Camp Nou sei come in oceano aperto sanguinante attorniato dagli squali“, sai che attaccheranno di più, ancora e ancora, che subentrerà la preoccupazione, che al secondo gol diventerà ansia, paura e che a quel punto se entra il terzo si trasformerà in ineluttabile destino, fatalismo. Sarai parte del misticismo, ti entrerà nella testa quel ritornello dell’impossibile che diventa possibile, ai tuoi danni. 11 tori contro 100.000 matador, con l’arbitro cerimoniere spesso partecipe della corrida.

Ecco. Ecco perché se parti per il Camp Nou già battuto esci e se parti già vincente esci scornato. La Juve però non ha 11 tori da sacrificio o 11 brioche parigine friabili. Ha difensori che quando sanguinano addentano ancora di più la sfera e aguzzano la vista, ha una delle ex-vestali del Camp Nou che rovescerà i 100.000 fischi come fossero applausi, ha ex-madridisti avvelenati o ex-campioni del mondo che hanno profanato il massimo tempio pagano del calcio e, davanti, ha un talento freddo, mezzo polacco e mezzo argentino che alza gli occhi al cielo e gioca con una leggerezza eterea e micidiale forgiata da orfano in patria e picciriddu in serie B con Gattuso.

La Juve in panchina non ha uno che ha vinto 3 Europa League di fila e trasmette maniacalmente tensione e dettami tecnici. Ha uno che al Camp Nou ci ha perso sempre e male, con fior di difensori o squadrette monche, uno che ieri sembrava così divertito e profano da essere quasi in gita. Uno che la prepara alla grande, si incazza sul 3-0 e cerca di fare meno danni possibili. Uno che oppone la pragmatica filosofia del cazzeggio alla sacralità del podemos blaugrana.

Ecco proprio lui, assieme agli altri, stavolta può farcela, magari con lo spirito di quel gol di Zalayeta che ancora aleggia su quel campo, già profanato dai nostri.