Facciamoci gli auguri: siamo dappertutto

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Dice bene il mio amico Marco Caneschi nel suo “La Juventus spiegata a mia figlia”: se in quel lontanissimo 1 novembre quegli studenti di liceo avessero voluto chiamare la loro squadra “Torino”, e ispirare colori e stemma all’identità cittadina, avrebbero potuto farlo. Nel 1897 nessuno di quei simboli era stato ancora occupato. Non lo fecero, avevano altri orizzonti. Era un’epoca di esperanto, non di campanilismo. Tant’è vero che solo trent’anni dopo nasceranno due squadre che oggi fortemente caratterizzano fin dal nome l’identità di due metropoli italiane, Napoli e Roma.

Proprio in quelle due città, oggi, è molto sentita la polemica contro il tifoso apolide, colui che non tifa per il cortile in cui è nato. Altri grandi club hanno tifosi sparsi, ma nessuno come l’apolide juventino è sospettato di avere fatto una mera scelta di convenienza. O peggio di cedimento al colonialismo, in una prosecuzione con altri mezzi della polemica neoborbonica.

Una polemica che non tiene conto del fatto che si diventa tifosi a sei anni, età in cui non è auspicabile che un essere umano abbia già sviluppato un rapporto maturo e consapevole con la propria identità territoriale. Ma  soprattutto una polemica che ignora quanto campanilismo ci sia nella diffusione del tifo juventino, se del campanilismo si sa vedere il rovescio oltre che il dritto: la Romagna feudo bianconero in antitesi al Bologna, la Toscana juventina perché antifiorentina, l’hinterland e la Brianza che non amano Milano e non la tifano. E aggiungerei gli immigrati meridionali a Torino, che preferirono la squadra dell’azienda alla squadra col nome della città, forse anche perché da quell’azienda più che da quella città si sentirono accolti.

Tutto questo spataffione, Vecchia Signora mia che oggi compi 120 anni, è per dirti che c’è una sola cosa che mi rende più felice dei tuoi successi, ed è sapere che in ogni landa di questo Paese troverò persone con cui condividere gioie e sofferenze nel tuo nome. Ad altri il gusto di esercitare potere assoluto nella propria enclave. A noi piace essere dappertutto, anche a costo di essere dappertutto minoranza. Or su dunque i calici, fratelli gobbi d’Italia. Avremo forse tradito un campanile, ma di sicuro non abbiamo tradito la nostra infanzia. E sarebbe – lo dice il poeta – una morte un po’ peggiore.

Federico Russo – pescarese, residente a Milano. Juventino.