Auguri Giaccherini, simbolo della Juve contiana

di Claudio Pellecchia |

Il primo ricordo che ho di Emanuele Giaccherini è con il bianconero. Ma del Cesena. E non per una di quelle cose da raccontare un giorno ai nipotini:

Ecco perché quando, qualche mese dopo, Antonio Conte se lo fece prendere dalla sua nuova società, mi venne (così come, credo, a molti altri) da storcere il naso. Non potevo certo sapere che su quel sarebbe stato, da lì in avanti, ci sarebbe stata anche la sua firma. E bella grossa. Non tanto per i gol (pochini, appena 4 in due stagioni, 6 contando anche la Coppa Italia) quanto, piuttosto, per il suo saper perfettamente incarnare ciò che il tecnico voleva dalla sua squadra: il noi davanti all’io, l’umiltà di sacrificarsi per gli altri, il dare finalmente un senso al “gioco dove vuole il mister”. Da ala, a tornante, a mediano, a “star lì finché ne hai” (senza vincere i mondiali ma giusto un paio di scudetti). Senza, per questo, farsi mancare delle belle soddisfazioni:

Andò al Sunderland proprio al termine di quella stagione (e prima di quella dei 102 punti) che aveva contribuito a rendere speciale in questo modo. Con i tifosi che magari non raggiunsero il livello di disdoro di Conte, ma che comunque erano dispiaciuti nell’aver visto partire uno degli artefici principali della rinascita.

Oggi Giaccherini è uno dei punti fermi del Bologna di Donadoni, solido e concreto come lui ha imparato ad essere sotto la Mole. E, soprattutto, dopo una gavetta durissima, in una parabola che, fatte le debite proporzioni, richiama quella di Jamie Vardy, uno che in questo momento tira parecchio: dal taglio da parte del Cesena, alla possibilità di tornare a fare l’operaio, passando per squadre più o meno dilettantesche, fino al back to back con la Juventus. Il tutto in dieci anni o poco più.

Fargli gli auguri oggi è quantomai doveroso. Per ciò che è stato è e sarà. Del resto avremmo dovuto capirlo subito anche noi: uno nato il 5 maggio non poteva che far bene.