Auguri Divin Codino: Poeta Triste ti scrivo

di Juventibus |

Vidi per la prima volta Roberto Baggio che ero un bambino, in cucina sopra le gambe di mia madre e con la voce di Pizzul probabilmente in sottofondo, in quella che fu senza ombra di dubbio la prima vera scintilla d’amore con il calcio.

Quella prima immagine fu quasi esoterica nella mia piccola mente, magica. Perché bisogna ammetterlo candidamente, Baggio era “BELLO”, bello da vedere, da guardare, nei movimenti, nelle finte, nella grazia con cui trattava ogni cosa, dal pallone al suo corpo. Ogni movimento era un viaggio che ti portava sempre più vicino alla perfezione. Un qualcosa di unico ed irripetibile.

Su Baggio tantissimo si è detto e tantissimo si è scritto. Che non fosse uomo squadra, che non fosse amato dagli allenatori, che non sia mai stato davvero decisivo per una squadra, se non forse in quel clamoroso mondiale di USA 94. Ma come ho accennato Baggio era qualcosa di diverso, Baggio era il calcio, almeno la rappresentazione migliore di una delle versioni possibili, del calcio.

Il Football ha tante facce e chiavi di lettura.

Per alcuni è sostanzialmente vittoria e trofei, per altri è bellezza e gioco di squadra, per altri ancora è semplicemente Arte, ed è in questa versione più staccata dalla concretezza del risultato sportivo che Roberto forse può essere considerato il maggiore esponente mondiale, insieme ad altri due-tre al massimo.

La carriera di Baggio non poteva essere altrimenti, è stata un altalenante saliscendi, per problemi fisici, di piazza, di allenatori, ma mai è sceso dal cuore di quelli che vedevano in lui l’Artista perfetto ed è stato per questo probabilmente il giocatore italiano più trasversale, più amato dagli Italiani, togliendosi dalle questioni di tifo e di campanile. Baggio univa, tutti. Dalle nonne a i bambini, dalle donne ai tifosi avversari.

Ha portato tante maglie nella sua carriera, il momento più brillante dal punto di vista tecnico è sicuramente stato quello in bianconero, a cavallo tra la fantastica vittoria in Coppa Uefa, forse uno dei rari successi bianconeri in cui un giocatore ha davvero prevalso su tutti gli altri, il Pallone d’Oro ed appunto quel Mondiale assurdo e bellissimo, almeno fino al suo ultimo straziante epilogo.

Noi siamo juventini e vediamo il calcio sempre in stretto contatto con il risultato sportivo, come giusto e sacrosanto che sia, ma per Roberto deve essere fatta un’eccezione, la sua grandezza non può essere solo relazionale alle sue vittorie, perché lui aveva qualcosa di unico, nel corpo e nell’anima, sempre un po’ imbronciata, sofferente… come forse destino di tutti i grandissimi, troppo alti per il comune sollazzo.

Se dal punto di vista tecnico e concreto del suo miglior periodo abbiamo parlato, credo però le sue immagini più belle e vere siano altre due.

Baggio con la maglia della Fiorentina, e Baggio con la maglia della Nazionale. Si, seppur abbia comunque amato follemente il suo periodo bianconero, credo che la bellezza di Baggio in quelle sue prime stagioni, sia stata abbagliante come con nessun’altra. Perché ogni campione ha nel suo destino un posto ed un momento più giusto di altri, e per Baggio il posto giusto era indiscutibilmente Firenze, e forse non a caso Firenze, vera città di arte e di poesia.

Eravamo agli albori di un campione e di un uomo, e l’immagine di quella maglia viola numero 10 che disegnava i suoi primi arcobaleni e scolpiva le sue prime cupole, resterà sempre una delle più belle rappresentazioni del calcio italiano.

Auguri Roby, Auguri Divin Codino, Auguri Idolo d’infanzia… Auguri mio grande “Poeta triste”.

Di Alexander Supertramp @Super3mp