In attesa del supremo regolatore di una scienza inesatta

di Juventibus |

Tanto tuonò che piovve. Allegri parte sempre così male che, alla fine, nove punti in quattro partite sono comunque un buon bottino. E’ solo una premessa.

L’altra è che da Sassuolo (era il 28 ottobre 2015!) tutte vinte in campionato, un pari a Bologna prima del Bayern e un cadeau al Verona per il commiato di bomber Toni con la testa ad una finale.

Calendario non semplice è vero, mettiamoci dentro tutto. L’età che avanza per molti, il mercato e la necessità di accontentare tutti. Verità e frasi fatte si mescolano e la confusione regna sovrana.

Imparare più dalle sconfitte che dalle vittorie. Anche se scottano e questa brucia parecchio, non tanto e non solo per il nome dell’avversaria. Anzi, forse in questo caso, oltre all’insegnamento, si potranno trarre motivi di rivalsa che, tutto sommato, uno schiaffone potrà solo fare bene.

Analisi, non intesa come necessità di uno psicologo – o forse si – per trovare la giusta sintesi e con lei le dovute correzioni. Senza ragionare d’istinto o farsi sovrastare da crisi isteriche. Per fortuna alla Juventus ragionano. Anche se e quando, soprattutto, si commettono errori.

Per carità, il tifoso arrabbiato perché ammaccato va sempre capito. Però recriminare su chi c’era o chi avrebbe potuto o dovuto esserci non serve a molto. Servirà farlo quando si tireranno le somme e manca tanto.

Analisi, allora proviamoci. Senza voglia di alimentare il fuoco con la benzina. Perché farebbe solo male. Tanto più nella convinzione che per tirare fuori il meglio quando la stagione entrerà nel vivo, non si può pretendere di pigiare sull’acceleratore fin da settembre. Come la neopromossa che spara tutti i suoi colpi all’inizio nella speranza di accumulare un buon bottino da spendere in inverno.

Ma, intanto, non devi sottovalutare il presente. E in questo, è lo schermo difensivo a destare perplessità. In troppi momenti si va in apnea, complice un filtro deficitario rispetto al passato. No, non è questione di gol incassati. Del resto, su quattro fin qui subiti, tre su calcio da fermo e l’ultimo su grossolano errore non denotano certo un crollo (della fase difensiva in quanto tale) ma, tutt’al più, un campanello d’allarme suonato dalla soglia della concentrazione.

E poi hanno capito che manovriamo dalla linea di porta coinvolgendo quella dei centrali. Chi ha gamba alza sempre più il baricentro per infastidire sia chi solitamente esce rasoterra e lateralmente, sia chi ha abituato a lunghi lanci per gli avanti. La mancanza di un uomo d’ordine sulla tre quarti difensiva che, però, abbia il giusto passo e pochi istanti prima abbia tamponato e all’occorrenza randellato, manda in apprensione i tre lì dietro e, più di tutti, chi è meno dotato sotto il profilo tecnico. In attesa di Marchisio è lì che sembra essersi formato il nodo da sbrogliare.

Ora, che l’atteggiamento nella formazione e/o poi in campo nasca anche dalla necessità di sistemare questo aspetto nel nome dell’equilibrio è più che un’ipotesi. Ci siamo specchiati in quello positivo dei 27 minuti col Sassuolo, poi arenati con quello sparagnino in Champions, infine piegati con quello timoroso del Meazza. Nonostante un insperato vantaggio che avrebbe dovuto far serrare le fila.

Sta di fatto che, tornando al gioco, a cascata stentiamo a venir fuori, costringendo l’Eletto a rinculare per giocare palloni per lo più dannati e il tedescone troppo spesso invitato a infilarsi negli spazi liberati con notevole dispendio di energie. Va bene, benissimo, qualche volta. Alla lunga, oltre ad accentuare il rischio di spompare il secondo, viepiù calcolando i limiti fisici di quest’ultimo e la sua attuale imprescindibilità, è evidente lo spreco di talento del primo nei sedici metri.

Quegli ultimi sedici metri che non prendo nemmeno in considerazione, in quanto solo estrema conseguenza degli equivoci creatisi nei primi novanta. A prescindere dal nome sulla maglia del titolare.

Il calcio è così. Un gioco di coperte corte che vanno tirate con gli uomini, la loro testa, le loro gambe, lo spirito di sacrificio e la loro disposizione in campo. Facile quando si è al bar (a proposito, metaforicamente stiamo prendendo un caffè tutti insieme), non così quando le scelte le fai sulla tua pelle. Va bene così, del resto non a caso per questo non vediamo un euro.

Ed alla fine il mister sembra inciampare in qualsiasi scelta faccia. Non è sempre così e va lasciato lavorare. Con i risultati – positivi e negativi – e con una rosa che offre risorse per dipanare tutti i dubbi, arriveranno le scelte nette. Che non vuol dire definitive. Poi si tireranno le somme, come sempre.

Ora l’importante è non drammatizzare, né trattare la sconfitta solo come un incidente di percorso. A quattro dietro, può darsi sia la soluzione. Tre davanti, forse. Al mister il compito di far quadrare il cerchio. Schermando la fase difensiva, trovando il coraggio di liberare fasce coperte in abbondanza e donando le giuste zolle di campo e minuti a interpreti vecchi e nuovi. Sempre nel nome dell’equilibrio, il supremo regolatore di quella scienza inesatta chiamata gioco del pallone.

 di Roberto Savino @RobertoSavino10