L’assist scudetto di Douglas Costa e furberie varie

di Luca Momblano |

mancini

C’è qualcosa di morbosamente sadico nel pensare il calcio in funzione di sistemi, catene, sviluppi, movimenti, strategie e furberie varie. Non perché non siano la base del calcio moderno, l’humus della proposta calcistica anche solo per una virgola diversa in ogni singola squadra, addirittura il peso in sede di commento, ciò che rende intellettuale uno sport animale, quindi crudele, e in fondo elementare.

No, il sadismo non è qui.

E’ nell’uno, nel giocatore di cui ci si innamora da piccoli, quello poi che fa battere il cuore da adolescenti, quell’altro che diventa icona quando ci si rende conto che il calcio è un gioco adulto, maschio, stronzo e anche stringato dentro un risultato.

L’uno è appunto uno. Perché un giorno arriva un Douglas Costa a dirtelo (vs Sampdoria), poi a ricordartelo (al Bernabeu), fino a dovertelo urlare in faccia (vs Bologna). A quel punto si è costretti a un’operazione semplice: battersi il palmo della mano sulla tempia, stringere le dita dell’altra davanti alla bocca e rendersi conto di quanto sia bello tornare a vivere il tutto come da piccoli.

In realtà, stando alla prima frase di questo scritto, erano già arrivati segnali tremendi su due livelli: il Real Madrid dell’ultimo triennio europeo e la Juventus di Allegri dell’ultimo quadriennio italiano. E allora la domanda diventa: dove cavolo sta la verità? Meglio essere idealisti o sognatori? Ovvero, come l’uovo con la gallina: in una partita di calcio valgono gli uno o gli undici?

Lasciamoci così. Sospesi in quell’attimo in cui l’assist è potenzialmente un gol. Qui in ballo ce ne sono due in quattro giorni ed entrambi a Roma. Chi ci arriverà per primo? Questo Dybala che fa molte cose controvoglia se non sono quelle che vuole lui? Questo Higuain che nemmeno l’ultimo Rooney? Tutti e due? Nessuno? Il primo fesso (o furbo) che passa di là?

Diciamolo: di avere la risposta corretta adesso non interessa niente. Non interessano più neanche quelle di Allegri in conferenza. Tre partite ragazzi, pensateci, magari anche solo due. Poi è tutto finito. E per chi non ama il mercato, c’è almeno un Bentancur al mondiale a tener vivo l’interesse per un pallone che rotola e uno, undici, boh, che ci corrono dietro.