Aspettando Villar Perosa/1 – Tifoso di categoria 2

di Massimo Zampini |

La mattina dell’esordio parto male e, ritornato a Roma, finalmente raggiugo un computer, scorgo le foto di Pjanic, con gli juventini entusiasti che postano qualunque immagine, al museo, con la maglia – esagerando un po’, come se lo sognassero da una vita – e romanisti apparentemente indifferenti – ma qui il percorso lo conosciamo già:  giocatore fenomeno al momento dell’acquisto, gli si trova subito qualche record o peculiarità che lo rende un predestinato (rimarrà indelebile il Bojan cugino di Messi), in allenamento fa cose pazzesche (chi non ha fatto un poster della prima pagina da collezione del Corriere dello Sport “Asuncao ma come fai?”, per le prime punizioni realizzate durante l’estate?), i primi gol ne confermano la straordinarietà, vale cento milioni, anzi deve restare a vita.

Asuncao

La luna di miele continua fino alla prima sconfitta, quando cominciano i dubbi e la piazza si divide (“fenomeno” vs “discontinuo, senza palle”); al gol successivo tornano tutti dalla parte del “fenomeno”, fino alla ventilata cessione: ha detto che non ci lascerà mai, di certo non andrà a giocare in qualche rivale; ha detto la società che non lo vende. Un giorno, arriva la cessione: se all’estero, si mantiene un vago rispetto nel ricordo. Se in Italia, è un mercenario che, ora lo posso di’, non era manco così forte. Se alla Juve, quel maledetto infame si merita un in bocca al lupo più colorito.

Pjanic Isis

Sono quasi le 15 e devo fare i pronostici di giornata su twitter (in una sorta di competizione in cui sono tutti amici fra loro e credo di essere una sorta di imbucato): azzecco la Spagna ma sbaglio il marcatore (resto convinto che fosse una partita da 1-0, gol di Fabregas), metto 2-0 a Svezia-Irlanda e 1-1 a Italia-Belgio, con il forte sospetto che sarebbe stato meglio fare il contrario.

E’ il giorno dell’esordio, però, e già nel pomeriggio la tensione cresce notevolmente, fino a raggiungere il livello di quella che precede il vernissage di Villar Perosa.

Per i non esperti, occorre spiegare.

Ci sono 4 tipologie di approccio alla nazionale:

1) tifoso azzurro sopra ogni cosa, alla fine con tutti i nostri difetti siamo il paese più bello del mondo, la gente più sincera, abbiamo il cibo migliore, perfino il bidet, non dividiamoci tra tifosi di squadre diverse, dobbiamo essere uniti per battere gli arroganti francesi, spagnoli, tedeschi, belgi (sono tutti arroganti tranne noi, ndr). Stavolta, per coloro che appartengono a questo genere, l’arroganza è manifestata dallo spot belga della partita in cui si afferma che noi italiani parliamo con le mani (gesticolando) e loro con i piedi. Lesa maestà, contro il popolo migliore del mondo;

2) tifo Italia convinto ma se perde non mi dispero come se perde la mia squadra ;

3) tifo Italia, o meglio, tifo per i suoi giocatori che mi piacciono (un gol di Del Piero non può essere uguale a un gol di Totti, e viceversa) ;

4) Tifo sempre contro la nazionale perché c’è Berlusconi/Renzi/Tavecchio,  perché noi siamo un popolo di maleducati mentre gli inglesi sanno stare in fila correttamente, i tedeschi sono precisi, gli svizzeri puntuali, i francesi eleganti, gli spagnoli vivaci, i portoghesi malinconici e così via.

A seconda dei periodi, sono stato più o meno tifoso della nazionale (direi che in media sono tra il prototipo 2 e 3): nel 1982, a 7 anni, mi sono appassionato al calcio ed è stato forse il momento più alto del mio tifo per gli azzurri. Nel ’90, con i Mondiali a due passi da casa mia, già molta meno passione (peggio per Vicini che mette Zenga e non Tacconi).

Poi una continua alternanza tra tifo e indifferenza, che raggiunge il suo apice nel 2006, in cui non ho nessuna voglia che altri tifosi italiani festeggino, ma so quanto è importante che quell’estate, proprio quell’estate, Buffon, Cannavaro, Zambrotta, Camoranesi, Del Piero, Lippi, Ferrara, Pezzotti e il resto dello staff spieghino al mondo tutto meglio di ogni ricorso o sentenza.

Sono le 21, sto concludendo la cena mangiando delle albicocche finalmente saporite e intanto – segnale inequivocabile che non appartengo alla tipologia 1 – la partita è iniziata. “Come va?”, chiedo poco interessato a chi la guarda nella stanza accanto.

Dopo qualche minuto cedo (in fondo non posso neanche mangiarmi venti albicocche, per quanto saporite) e vado a vederla, sprofondato sul divano, apprezzando via via l’intensità dell’Italia, i lanci pazzeschi di Bonucci, il guizzo di Giaccherini, le chiusure di Barzagli, Conte che si fa male esultando, urla come un pazzo, festeggia, ma poi alla fine “non abbiamo ancora fatto niente”. Tutto come a quei tempi.

E allora, vedendo tutto questo, viene quasi la tentazione di sperimentare la tipologia 1 ed esultare grassamente per la vittoria contro quegli arroganti dei belgi, che non sanno parlare né con le mani né con i piedi. Ma basta poco, anche un semplice tweet di Raisport che ride dell’ammonizione di Chiellini, per ricordarmi di certi connazionali e tornare di corsa ad essere un tifoso della categoria 2, già teso per il vernissage di Villar Perosa.

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