Aspettando Barcellona: i due modi possibili di raccontare il calcio

di Massimo Zampini |

Finalmente si torna a giocare e, sarà la voglia di calcio, riesco a vederle tutte: la Juve vince abbastanza bene una partita potenzialmente insidiosa, per le assenze, i viaggi con le nazionali e il Barcellona che incombe; l’Inter è ordinata, rischia qualcosa ma fa il suo; il Napoli quando passa in vantaggio dilaga, ma prima del gol il mitico bel gioco non si vede praticamente mai; a Roma invece si comincia con il Milan riunito per ascoltare il discorso motivazionale di Bonucci, probabilmente non compreso a fondo dai compagni e neanche da lui. Ad ogni modo, dopo tanto entusiasmo e milioni di tweet per un 4-1 in giugno e una vittoria della Lazio in agosto, gli amici rossoneri finalmente possono godersi entrambi questi elementi di gioia in un solo indimenticabile pomeriggio di settembre.

 

Nell’attesa, l’insopportabile noia per le nazionali mi aveva portato a sbirciare qua e là, facendomi scoprire tra le altre curiosità che la Gazzetta ha un’agenda piuttosto bizzarra: un giorno ricorda un “indimenticabile” gol di Matthaeus contro la Juve di Maifredi 26 anni fa, che io invece mi ero colpevolmente dimenticato, un altro ci riporta alla “leggendaria” doppietta di Recoba contro il Brescia, poi tutto a un tratto celebra il “triplete” (come sapete, va citato almeno 3 volte al giorno), così, a metà settembre, non si sa bene perché.

Essendo troppe, due settimane senza Juve, quest’ultimo pezzo mi dà lo spunto per tornare su un mio (nostro) vecchio pallino, un po’ ripetitivo ma a mio parere decisivo per capire come mai ci tocchi sorbirci costantemente il demenziale “lo credo che non vi lamentate, a voi non capita mai” da qualche decennio a questa parte.

 

Dunque. L’articolo è (giustamente) agiografico e racconta il percorso trionfale di quella squadra – che ricordiamo anche noi forte, affamata e motivata – senza mai citare arbitri e sviste, esattamente come piace a noi: sogniamo che la Gazzetta e i media in generale sappiano raccontare il calcio in questo modo, senza ragionare sul “se avessero dato un rigore al Chelsea”, “se avessero visto il fuorigioco contro Dinamo e Barcellona, senza intervistare per 20 anni l’allenatore dei blues o degli ucraini mostrando loro l’episodio e chiedendo loro se sono ancora arrabbiati, come sarebbe andata la loro carriera se non ci fossero state quelle sviste.

 

Per esempio, tornando al mitico ’98 che torna sulle pagine della rosea una volta a settimana: qualcuno ha mai raccontato quelle due squadre che si contendevano il titolo, spiegato come sia stato il duello, evidenziato chi abbia giocato meglio i due scontri diretti, quali campioni avessero l’una e l’altra, senza soffermarsi solo sugli errori arbitrali di quella stagione? No, e per questo quel titolo nell’immaginario collettivo non è stato vinto da campioni Peruzzi, Ferrara, Deschamps, Zidane, Davids, Del Piero, Inzaghi e compagnia, con un allenatore come Lippi (che arriva quell’anno per la terza volta di fila alla finale di Champions!), ma è stato assegnato da quegli episodi arbitrali che tutti, volenti o nolenti, dobbiamo ricordare anche a vent’anni di distanza. Il calcio da noi viene raccontato troppo spesso in modo sbagliato, fazioso, noioso.

 

Provo a esprimere questo concetto su twitter e vengo assalito da diversi nerazzurri. Al netto di chi non riesce ad andare oltre insulti e offese, quello che non viene compreso anche dai più civili è il concetto di base: non certo sminuire la vittoria della Champions di quell’Inter, che per me è meritata, per l’ispirazione incredibile di Milito, il grande spirito di sacrificio che avevano perfino campioni come Eto’o, pronto a fare il terzino per la causa, la cattiveria di Samuel e compagni in difesa, eccetera eccetera.

Anzi, l’esatto contrario: il senso è che se tra 15 anni i media ricordassero il fallo su Kalou o su Busquets (assolutamente incontestabili e diremmo anche decisivi, certamente non meno di quello su Ronaldo) e ci fossero ancora le recriminazioni al riguardo da parte dei tecnici di allora, invece di rammentare le prodezze di Eto’o, Milito, Cambiasso e delle mosse di Mourinho, siamo certi che la riterrebbero una profonda ingiustizia (e noi con loro).

 

Così, d’altronde, puoi cambiare completamente la percezione delle cose, ed è ciò che stato fatto in Italia negli ultimi decenni: se per dieci anni si ricorda la Supercoppa di Pechino come un clamoroso scandalo anti Napoli (non si sa ancora bene perché), invece di analizzare la partita, vedere chi meritasse, proporre un racconto completo e accurato dell’evento, non ci sarà modo di parlare di calcio, ripensando a quella notte. Di quel giorno nessuno ricorda nulla, se non che fu una “vergogna”, che Mazzoleni (il nome dell’arbitro lo sanno tutti) ha danneggiato i partenopei. Al contrario, se il gol decisivo annullato a Laudrup a Napoli tanti anni prima (che ha condotto il Napoli verso la conquista del suo primo trofeo internazionale) viene rimosso dalla memoria collettiva, si tornerà finalmente – come piace a noi, eh, meglio ribadire – a sottolineare le magie degli azzurri di Maradona e compagni, non sminuibili da un pur netto episodio a favore.

Potremmo andare avanti per ore: il gol di Muntari è netto, certamente, ma quell’anno ci sono diversi errori pro Milan, fino alla penultima decisiva giornata, in cui viene assegnato ai rossoneri un incredibile rigore, l’ennesimo della stagione, in un momento chiave del derby contro l’Inter. Se tutto il mondo però ricorderà solo il primo, rimuovendo gli altri di segno opposto, resterà l’idea che il torneo sia stato deciso da un episodio, peraltro accaduto a 3 mesi dalla fine del campionato.
Se, per capirci ancora meglio, i romanisti a torto o ragione si considerano ingiustamente privati di uno scudetto nel 1981 contro la Juve e di uno contro l’Inter nel 2008, non è corretto indugiare per 40 anni sul “go’ de Turone”, dimenticando per sempre la sfilza di episodi favorevoli capitati ai nerazzurri nove anni fa. Pensate se prima di ogni Roma-Inter si intervistasse Totti (direi Spalletti, ma non mi pare al momento un esempio riuscitissimo) chiedendogli di ricordare quel rigore ed espulsione di Couto, il fuorigioco di Cambiasso a Catania e così via. Sempre, ogni anno, puntuale, ad andata e ritorno.

Pensate che noia mortale e immaginate gli interisti come darebbero di matto.

 

In conclusione, ancora una volta: per noi dovrebbero passare in secondo piano, soprattutto a decenni di distanza, gli uni e gli altri.

Altrimenti, se proprio non possiamo farne a meno, sottolineiamo sempre tutti gli episodi, da una parte e dall’altra, stagione per stagione, partita per partita, magari con maggior serenità.

Una noia mortale, ma almeno evitiamo il doppiopesismo che ha caratterizzato questi 40 anni di informazione sportiva.

 

Perché quel che è certamente intollerabile è che nel ’98 gli episodi siano l’unica cosa da ricordare, mentre nella Champions 2010 non debbano neanche essere citati. Che Pechino sia una vergogna conclamata, in attesa di capirne il motivo, mentre il gol di Laudrup dobbiamo cercarcelo noi juventini nostalgici su Youtube, e così via: questo è l’unico modo in cui certamente si fa una cattiva informazione, riscrivendo la storia e falsando la reale percezione delle cose.

 

 

Parentesi chiusa, almeno per ora, anche perché le nazionali sono ferme per un po’, il campionato è ripartito e soprattutto martedì c’è il Barcellona, dove fare risultato non potrà mai essere facile, e si perde di certo se si pensa che loro, venduto Neymar, siano in difficoltà e quindi abbordabili; in quel caso, stai certo che poi ti risvegli e vedi Messi, Iniesta e compagni sbucarti da tutte le parti.

 

Ma andiamo, pur con qualche assenza, curiosi di vedere a che punto che siamo, se possiamo ripetere la prova attenta di un anno fa, se possiamo anche provare a spaventarli un po’.

 

Perché abbiamo perso due titolari ma la rosa è più completa, perché davanti abbiamo più armi di qualche mese fa e perché in fondo, senza fare paragoni blasfemi con chi resterà nella leggenda per sempre, un numero 10 niente male mi sa che lo abbiamo pure noi.