#ASKJVTB: Come sono regolate le clausole risolutorie?

di Francesco Andrianopoli |

Il “Regolamento sullo status e sui trasferimenti dei calciatori” stabilisce (art. 13) che “Il contratto fra un professionista ed una società può cessare solo alla sua scadenza o previo reciproco accordo tra le parti”.

Questo accordo reciproco può anche essere predeterminato, concordando in via preliminare, al momento della conclusione del contratto, lo scioglimento del medesimo (e quindi la liberazione del giocatore dal vincolo sportivo) al verificarsi di determinate condizioni: tipicamente un requisito sportivo (la retrocessione della squadra) o economico (il versamento di una determinata somma “liberatoria”, “rescissoria” o “risolutoria”, a seconda di quale si ritenga la miglior traduzione del termine inglese “buy out”).

I problemi derivanti dall’applicazione di questo tipo di clausole derivano innanzitutto dal diverso trattamento che ricevono nei diversi ordinamenti nazionali: per l’ordinamento spagnolo, ad esempio, tali clausole sono obbligatorie in un contratto di prestazione sportiva ai sensi del Regio Decreto 1006/1985; in quello inglese, all’altro lato dello spettro, sono considerate vietate dall’opinione prevalente della locale giurisprudenza e dottrina, e quindi non vengono inserite praticamente mai.

Il quadro è ulteriormente complicato dall’art. 17 del Regolamento FIFA, che prevede espressamente un “indennizzo” (“compensation”), da determinarsi in giudizio o anche eventualmente predeterminato dalle parti, nel caso in cui un contratto di prestazione sportiva venga risolto unilateralmente e senza giusta causa: una norma che secondo alcuni “consacra” a livello FIFA l’esistenza e validità della clausola risolutoria/rescissoria, mentre secondo l’opinione prevalente (e, quel che più conta, secondo alcune celebri sentenze in materia, come ad esempio il “caso Matuzalem”) ha natura e ambito di applicazione radicalmente differente.

Un’ulteriore complicazione deriva dal trattamento fiscale: anche in assenza di problemi sulla natura e sulla qualificazione della clausola, nel momento in cui dovesse essere non il calciatore ma la sua nuova squadra a pagarla (come avviene, ovviamente, sempre in questi casi), tale pagamento tecnicamente sarebbe qualificabile come “benefit” dal datore al lavoratore, e quindi sottoposto a una elevatissima tassazione in quasi ogni ordinamento nazionale.

Insomma, giuridicamente parlando questo argomento è un vero e proprio campo minato, il che spiega eloquentemente perché le società siano molto restìe ad avvalersene, preferendo praticamente sempre trovare una soluzione bonaria e conciliativa con il club di appartenenza.

In ogni caso, a prescindere dal caso concreto, non è mai la società “acquirente” a fare la prima mossa in un caso del genere: il presupposto essenziale è sempre la volontà del giocatore, che deve far presente alla società di appartenenza di voler cambiare aria; soltanto a questo punto, e dopo aver verificato che effettivamente si tratta di una volontà irremovibile (e non di una “manfrina” messa in giro ad arte per ottenere un rinnovo a importi più elevati), le parti potranno agitare reciprocamente lo spauracchio della clausola, e/o della compensazione ai sensi dell’art. 17, ma sempre e comunque come “grimaldello” per smuovere la controparte, piuttosto che come “interruttore giuridico” da azionare.