Asamoah ha sempre ragione

di Luca Momblano |

E va bene, Asamoah. Hai sempre ragione tu.

Con questo tweet ho dovuto inchinarmi al potere del ghanese silenzioso, africano mite e simpatico, che si è guadagnato la fiducia dei compagni con il lavoro è quella della piazza attraverso le prestazioni. Poi ci sarebbero anche la gamba, la diligenza, la tecnica (sulla quale curiosamente ha molto insistito Bergomi durante la telecronaca a di Lazio-Juventus), il fatto che non sia letteralmente sparito come parecchi connazionali nel momento più brutto (mi riferisco all’infortunio con recidiva e fastidi vari).

Si sta parlando di un calciatore che si è allenato stringendo i denti di fronte a cartelle cliniche che lo davano tecnicamente guarito perché questo è ciò a cui servono gli staff medici. Lui zoppicava a freddo, ma non ha tirato indietro. Ne conosciamo più o meno segretamente tanti che ieri come oggi avrebbero colto l’occasione per dedicarsi ai loro hobby (non sto insinuando, sto immaginando esattamente ciò che farebbe un under 30 qualunque che non rientri totalmente nei connotati del perfetto professionista).

Asamoah non è un miracolato. Come non lo è Pepe nonostante le davvero antipatiche peripezie di una guarigione a suo tempo travagliata, perché in questo sport basta davvero poco per non esserci più. O non essere all’altezza. Che alla Juve è quasi la stessa cosa. I miracoli sono altrove, sono sul campo, sono nella capacità di Asamoah di prendersi ciò che deve arrivare. Il miracolo primo fu dimostrare a Udine di non essere uno dei tanti stranieri di passaggio, tanto più se parcheggiati in Svizzera e in qualche modo figli di strani giochi di potere tra procuratori. Come gli altri, Asamoah aveva un sogno. Solo che lui ha la lavorato per questo. E in parte il sogno è già compiuto. Attrarre la Juve che cercava un mancino davvero capace, tatticamente acuto e pronto a imparare, adattarsi magnificamente alle necessarie consegne di Conte in fascia perché nasceva definitivamente allora il 352. È nato anche e soprattutto alla dedizione di questo calciatore più multiforme di quanto si potesse credere e immaginare (Guidolin, che fece di Isla qualunque cosa, per esempio non lo immaginava).

Perché Asamoah è un brevilineo, scattista tenace concreto e preciso nel gioco sul corto, non un giocatore di progressione, apparentemente poco abile nell’attaccare lo spazio senza palla tra i piedi. Allora è successo che Asamoah, un subalterno per chi giudica gli atteggiamenti e non il fattore calcio, da semplice ingranaggio della catena fosse progressivamente divenuto uno dei perni di questa. La Juve poggiava lì. Poi sappiamo cosa è successo. Incluso l’arrivo di Allegri che avrebbe potuto cambiare tante cose, e con lui prima Evra e poi Alex Sandro. Al momento, al secondo anno che per Kwadwo è il primo, è cambiata forse l’unica cosa che contava. Il ritorno alle origini. Là dove duellava alla pari da friulano contro il miglior Vidal nella guerra degli intermedi. Perché Allegri talvolta i miracoli li fa in silenzio. Pochi o tanti che siano. Non dimentichiamo che lui è stato l’unico a far giocare costantemente a determinati livelli Sulley Muntari. E che di Muntari qualcuno in Ghana ha pensato che Asamoah fosse subalterno. Basta poco per convincere Allegri del contrario. Qualche allenamento di quelli veri e il gioco è fatto. E che gioco…