Arthur, più gestore che padrone della mediana

di Mauro Bortone |

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C’era una volta Miralem Pjanic, giocatore bosniaco di qualità, che la Juventus prende dalla Roma per il ruolo di trequartista che tanto piaceva a Massimiliano Allegri per il suo modulo ideale. Una volta arrivato a Vinovo, però, il mister toscano, consapevole che mancava qualità in uscita alla manovra bianconera, decise di piazzarlo piazza davanti alla difesa.

Per tre stagioni, pur perdendo la sua propensione a dettare l’ultimo passaggio (nella capitale era il centrocampista con miglior numero di gol e assist), Pjanic si è adeguato a quel ruolo, dettando i ritmi alla mediana un po’ compassata di Allegri migliorandone la manovra: è un fatto che le migliori prestazioni della Juve anche a livello europeo siano concise con prestazioni importanti del bosniaco.

Nelle ultime due stagioni, per lui qualcosa è cambiato con la tendenza sempre più esasperante al passaggio orizzontale, senza cercare mai l’imbucata e la verticalizzazione. Con l’arrivo di Ronaldo, Pjanic ha poi perso anche la sua propulsione balistica sui calci di punizione. Sarri lo ha immaginato come upgrade del “suo” Jorginho ai tempi del Napoli con l’idea che con una media di “120 tocchi” a partita sarebbe tornato protagonista. Così non è stato.

Poi è arrivato Arthur Melo, brasiliano dai piedi buoni, deluso dal Barcellona: il presente è lui. Si è detto a lungo che lo scambio con Pjanic sia stata solo un’operazione finanziaria. Sotto l’aspetto tecnico, invece, qualcosa di diverso si è cercato, perché, a differenza del bosniaco, Arthur non teme di palleggiare anche in zone complicate del campo, affronta con più personalità l’uno contro uno, grazie alla dimestichezza di sterzare e curvare il proprio corpo. Il punto, però, su cui serve fare la differenza rispetto a Pjanic è una maggiore verticalizzazione, che faccia correre la palla e crei presupposti perché un’azione passi da difensiva ad offensiva.

Nella serata contro il Sassuolo, Arthur ha toccato 102 volte palla, effettuando 56 passaggi offensivi e completando il 97% dei passaggi: eppure la sensazione non è stata quella di un giocatore dominante a centrocampo e di una squadra veloce nella manovra, in grado di variare rapidamente in verticale le proprie soluzioni di gioco.

Quando la Juventus ci è riuscita, ha sempre trovato situazioni di pericolo per gli avversari: il lancio di Bentancur per McKennie che libera Frabotta al tiro, Danilo per Kulusevski nell’azione che lo svedese e Ramsey non riescono a finalizzare a tue per tu con Consigli a fine primo tempo; nella ripresa, il lancio di Ramsey per CR7 e il filtrante dello stesso Arthur per Kulusevski che gira per Ronaldo, due clamorose azioni fallite dal portoghese.

Non è tutta colpa di Arthur, che anzi in due occasioni (l’imbucata per Kulusevski e l’azione che porta Demiral e Ronaldo davanti a Consigli) ha offerto due palloni d’oro da giocare, né esclusivamente del centrocampo: per più di metà gara non c’era mai un riferimento in avanti che attaccasse la profondità e suggerisse una traccia per imbucare, visto che sia Ronaldo che Dybala si spostavano costantemente sui lati col solo Ramsey (o McKennie fin quando c’è stato) a buttarsi in avanti. Col Genoa, nella turbolenta serata di Coppa Italia, trascinata ai supplementari, Arthur si è distinto per quel salvataggio sulla riga della porta che ha evitato il clamoroso 3 a 3, ma, ancora una volta, ha faticato a dettare i ritmi al centrocampo. Sul fronte verticalizzazione, invece, qualcosa di meglio si è visto per la presenza di Morata. La sensazione, però, è che il brasiliano al momento appaia quasi un “calciatore da calcetto”, non ben calato in un contesto di squadra che ha bisogno di transizioni rapide e non di portare palla.

Da Arthur forse ci si attende troppo: non è il giocatore da lanci lunghi a occhi chiusi (alla Pirlo, insomma): è più “un gestore del pallone, dei ritmi e delle scelte” come lo ha definito Alex Campanelli in un suo articolo. Ma, al di là delle caratteristiche e delle statistiche (che in qualche caso lasciano il tempo che trovano), il brasiliano deve avere più coraggio nel prendersi in mano il centrocampo, per non limitarsi al compito di tenere palla e diventare una copia del Pjanic che divideva i tifosi: serve un lavoro ragionato ma che allarghi il raggio di azione e che porti a una maggiore verticalizzazione della manovra. Se riuscisse a farlo, sarebbe un chiaro upgrade rispetto al passato recente.