Arthur, il faro del Brasile merita le chiavi della Juve

di Alex Campanelli |

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Ritorno in nazionale dopo la mancata convocazione dello scorso mese, rientro nell’11 titolare per il big match contro l’Uruguay, vittoria per 2-0 e primo gol con la maglia del Brasile: Arthur Melo è finalmente tornato al centro del Brasile di Tite, allenatore che lo ha sempre messo al centro del proprio progetto tecnico, e lo ha fatto con l’efficacia e la naturalezza che lo contraddistinguono.

Ho attraversato un periodo difficile, ora però è cambiato tutto“, ha affermato il regista verdeoro in merito ai suoi primi mesi in bianconero. Il feeling con Pirlo sembra scoccato, com’è naturale che sia tra due uomini che hanno (avuto) l’onore e l’onere di dominare e gestire le sorti delle proprie squadre dalla cabina di comando: “Sapevo di dover migliorare, Pirlo è un grande tecnico e mi sta aiutando molto, conosce le sensazioni che si provano in campo e sa come tirare fuori il meglio da ogni giocatore”.

In panchina per tutti i 90′ in Brasile – Venezuela, contro l’Uruguay del compagno di club Bentancur (protagonista di una prova non indimenticabile, sostituito dopo un’ora) Arthur si è sistemato al centro del finto 4-3-3 di Tite, nei fatti un 4-2-3-1 vista la posizione centrale avanzata del numero 10 Everton Ribeiro e quella centrale e stretta dello juventino e di Douglas Luiz. Come nella Juve, il brasiliano ha effettivamente giocato in una mediana a 2, dov’è stato lui il fulcro del gioco della Seleçao con 75 passaggi effettuati (70 riusciti, 93% di media), dietro al solo Thiago Silva.

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Pur partendo nominalmente da mezzala sinistra, Arthur (8) gioca molto vicino al mediano Douglas Luiz (18), con Ribeiro (10) più spesso occupato ad attaccare la profondità (grafico Sofascore).

Accoppiato a un mediano più diretto e meno raffinato, Arthur ha messo il suo gioco semplice al servizio della squadra, dirigendo il traffico nel centrocampo verdeoro e riducendo all’osso le giocate improduttive: 5 passaggi sbagliati su 75, 2 duelli persi su 6, 2 dribbling riusciti su 2 e appena 8 possessi persi, secondo migliore della squadra, oltre 5 sotto la media. In una squadra ricca di talenti offensivi e a tratti anarchici, l’equilibrio portato dal centrocampista ex Barça è cruciale per impedire alla squadra di spaccarsi in 2, alternando giocate di prima a controlli orientati ad attirare la pressione avversaria e rallentare il gioco, fondamentali dei quali Arthur è maestro.

Andrea Pirlo sembra pian piano convincersi nel voler affidare le chiavi della Juventus ad Arthur, come Tite fa da tempo con il suo Brasile, e il contesto creatosi intorno al brasiliano è in qualche modo simile a quello verdeoro, pur se basato su un sistema di gioco diverso. Anche in bianconero Arthur sarebbe accompagnato da un compagno di reparto (Rabiot o Bentancur) più aggressivo e muscolare, ma dotato di piedi sufficientemente educati per dialogare con lui, proprio come nel Brasile, alla Juve riempirebbe la casella del regista semplificatore, non un giocatore che sventaglia lanci lunghi in ogni direzione ma un gestore: del pallone, dei ritmi e delle scelte di una squadra che in più di un’occasione è sembrata sfilacciata. La sola presenza di Arthur moltiplica le opzioni di ogni calciatore della Juve, che può praticamente sempre trovare una linea di passaggio per servirlo grazie alle sue abilità nello smarcamento, un aspetto molto caro a Pirlo.

Esiste, e probabilmente esisterà ancora per diverso tempo, un diffuso scetticismo intorno ai giocatori della tipologia alla quale appartiene Arthur, scetticismo al quale sono immuni solamente maestri del gioco di comprovato valore come Xavi, Silva o appunto Pirlo, e che ai tempi ha portato a mettere in dubbio addirittura un campione come Toni Kroos. “Fa solo il passaggio facile”, “la gioca solo all’indietro”, “non verticalizza mai”, “non ha mordente”; sono solo alcune delle frasi fatte che sentite e sentirete relativamente ad Arthur (potete tranquillamente traslare questo discorso alla Premier con Jorginho), un giocatore complesso che va valutato non per i gol e per gli assist, bensì per la sua “capacità di scomparire nel sistema”, espressione usata da Daniele Morrone su Ultimo Uomo relativamente a Busquets, altro centrocampista non esattamente banale. Se Arthur riuscirà a diventare il faro della Juve (e ne ha tutte le potenzialità dato che è il regista della”nazionale più forte del mondo”, cfr. Stefano Borghi) e la squadra diventerà pian piano meno sfilacciata, più ordinata e dal gioco più fluido, anche i più diffidenti non potranno esimersi dal riconoscerne i meriti.